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Viaggio al termine della notte
 
Louis-Ferdinand Célin

Corbaccio - 2011




Lungi da me il proposito di parlare del personaggio Célin. Mi limito a riferire quello che ho provato prima di interrompere la lettura di questo romanzo. Probabilmente ho perso qualcosa. Pazienza. Del resto ho già scritto da qualche parte che non sono un grande lettore di romanzi. Il motivo è presto detto e corrisponde a come sono fatto. A me interessa subito l’essenziale, la sostanza perciò quando leggo mi aspetto di trovarli messi giù in chiaro da chi scrive.

I romanzi invece sanno descrivere benissimo le infinite pieghe dell’animo umano ma, prima di presentartele, ti costringono a sciropparti pagine e pagine del tipo: “All’orologio della torre battevano le ore di un afoso pomeriggio di agosto. Le mosche impazzite erano le uniche a trovarsi a proprio agio in quell’aria infuocata e immobile che opprimeva la pelle sudaticcia”.

Ecco, l’ho detto e mi confesso colpevole. Però sono fatto così. E vengo al romanzo di Célin. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. L’autore mi interessava per il gran parlare che se ne fece a suo tempo e se ne fa ancora, però questo romanzo è sconclusionato, squinternato, inverosimile e a tratti anche paranoico. Vedi per esempio il capitolo in cui viene descritto l’assurdo viaggio per mare dalla Francia alla colonia in Africa. Anche la descrizione del negozio da rigattiere che il protagonista va a gestire in mezzo alla giungla sembra più il prodotto di  un trip stravolgente che una vicenda possibile ancorché insolita.

Ho cercato di costringermi a continuare la lettura fino in fondo, ma è stato più forte di me. Posso capire che il turpiloquio sparso a piene mani nel libro abbia potuto scandalizzare i lettori del tempo di Célin, ma al giorno d’oggi lo ritroviamo anche sulla bocca delle educande presso le Orsoline quindi non fa più nessun effetto. Certo, ho trovato anche brani stupendi come quello che riporto qui sotto, ma sono troppo rari per compensare il tempo e la fatica necessari per trovarli:

I tramonti di quell’inferno africano si rivelavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici come mostruosi assassinii del sole. Un immenso bluff. Soltanto che c’era troppo da ammirare per un uomo solo. Il cielo per un’ora si pavoneggiava tutto spruzzato da un capo all’altro d’uno scarlatto delirante, e poi il verde scoppiava in mezzo agli alberi e s’innalzava dal suolo a strisce tremanti fino alle prime stelle. Dopo di che il grigio riprendeva tutto l’orizzonte e poi di nuovo il rosso, ma allora stanco il rosso e non per molto. Finiva così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, afflosciati sulla foresta come vecchi stracci alla centesima replica. Ogni giorno verso le sei era esattamente così che andava”.

C'è poco da fare, viene a noia anche il continuo grufolare tra le schifezze della vita e i moti ignobili dell’animo umano. C’è da chiedersi come mai Célin si trovasse palesemente a suo perfetto agio quando descriveva scene come quella che riporto qui sotto. La descrizione si riferisce a una "latrina" pubblica di New York e mai termine è stato più appropriato di questo. Célin si dilunga nei particolari più minuti e ne aggiunge altri di continuo. Sembra compiaciuto per quello che scrive e contemporaneamente dispiaciuto di dover cambiare argomento e passare ad altro. Alla fine della scena descritta dichiara di essere “stravolto”, ma attenzione, non dalla scena in sé quanto dal suo contrasto con il comportamento contegnoso delle persone per la strada.

Sulla destra della panchina s’apriva per l’appunto un buco, largo, direttamente sul marciapiede tipo il metrò da noi. Quel buco mi parve adatto, grosso com’era, con dentro una scala tutta di marmo rosa. Avevo già visto molta gente per strada sparirvi e poi tornarne fuori. Era in quel sotterraneo che andavano a fare i loro bisogni. Capii sùbito come girava. In marmo anche la sala dove capitava la cosa. Una specie di piscina, però svuotata di tutta l’acqua, una piscina infetta, colma soltanto d’una luce filtrata, fioca, che veniva a smorire là sugli uomini sbottonati in mezzo ai loro odori e tutti paonazzi a sbrigare le loro sporche faccende davanti a tutti, con rumori barbari.

Tra uomini, così, alla buona, fra le risate di tutti quelli che erano intorno, accompagnati da incoraggiamenti che si scambiavano come al football. Prima si levavano la giacca, come per fare una prova di forza. Si mettevano in tenuta insomma, era il rito.

E poi tutti sbracati, ruttando e peggio, gesticolando come nel cortile dei matti, s’installavano nella caverna fecale. I nuovi arrivati dovevano rispondere a mille scherzi schifosi mentre scendevano i gradini dalla strada; ma sembravano tutti compiaciuti lo stesso.

Quanto più lassù sul marciapiede si comportavano bene gli uomini, formalmente, tristemente anche, tanto più qui la prospettiva di potersi svuotare le trippe in tumultuosa compagnia sembrava liberarli e rallegrarli intimamente.

Le porte dei gabinetti abbondantemente imbrattate pendevano, divelte dai loro cardini. Passavano dall’una all’altra cella per chiacchierare un po’, quelli che attendevano un posto vuoto fumavano dei sigari pesanti battendo sulla spalla dell’occupante al lavoro, lui, ostinato, la testa corrugata, rinchiusa fra le mani. Molti ci facevano dei forti gemiti come dei feriti o delle partorienti. Minacciavano gli stitici di torture ingegnose.

Quando uno scroscio d’acqua annunciava un posto vacante, raddoppiavano i clamori attorno all’alveolo libero, e allora sovente se ne giocavano il possesso a testa o croce. I giornali appena letti, anche se spessi come piccoli cuscini, finivano istantaneamente disciolti nella mota di quei lavoratori rettali. Si distinguevano male le facce per il fumo. Non osavo troppo avanzare verso di loro a causa degli odori.

Quel contrasto era proprio fatto per sconcertare uno straniero. Tutto quello sbracamento intimo, quella formidabile familiarità intestinale e in strada quella perfetta aria contegnosa! Ci restavo stravolto”.

Nella presentazione del libro c’è scritto:

Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un’opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell’abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell’incubo. Oggi il Viaggio…. si offre a nuove generazioni di lettori con l’intatta freschezza di un «classico» che non finisce di stupire per la sua modernità”.

È fuori discussione che questo romanzo rientri a pieno diritto nelle sgradevolezze della modernità, ma io non l’ho trovato per niente comico, esilarante. Casomai deprimente e sgradevole. Con la migliore buona volontà ho cercato il riso liberatorio ma non l’ho trovato. Colpa mia, naturalmente.

Il linguaggio di Célin è realistico, si dice. Certo, ma non è mica detto che quello che è realistico sia per ciò stesso anche interessante e piacevole.

In una recensione ho trovato scritto: "Nasceva così Voyage au bout de la nuit, e oggi che il secolo sta finendo fra tragedie e farse d’ogni genere, ci appare sempre più chiaro che questo è il romanzo che l’ha meglio capito e rappresentato, che il consapevole delirio céliniano ne ha saputo cogliere come nessun altro gli aspetti fondamentali: 

So di bestemmiare ma, per i miei gusti, novecento (900) pagine per rappresentare "sta roba qua" sono francamente troppe. Senza considerare poi che moltissime di queste pagine sono dedicate a dialoghi futili, senza significato, banali e spesso addirittura privi di verosimiglianza psicologica.

A questo punto è quasi superfluo aggiungere che, dopo questo ennesimo tentativo fallito, il mio apprezzamento per i romanzi non ha subito variazioni di rilievo...  :-)



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