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Tecniche della meditazione cristiana
 
Claudio Lamparelli

Oscar Mondadori, 1987


Modifica del 1° maggio 2019

Nel commento alle due esperienze personali che ho messo in fondo a questo articolo faccio riferimento ai due concetti freudiani di "Eros" e "Thanatos". Per l'interpretazione di quelle due esperienze mi sembra altrettanto e forse ancora più significativo il seguente riferimento che si trova a pagina 16 dell'altro libro di Lamparelli "Tecniche della meditazione orientale", Mondadori 1985:

"La fondamentale spinta all'unità che è presente in ciascuno di noi è in realtà la forza d'attrazione del Sé. Questa forza d'attrazione o di riunificazione, che si oppone a quella altrettanto fondamentale che presiede alla divisione, alla dissociazione e a ogni tipo di differenziazione, riluce in ciò che chiamiamo amore".

Come feci a suo tempo nel riferirmi a Freud, anche adesso preciso che nel periodo in cui ho avuto le due esperienze in questione non sapevo niente del libro di Lamparelli per il semplice motivo che non era ancora uscito. Ogni tipo di suggestione è pertanto da escludere.

Queste due forze di attrazione e di repulsione-dissociazione, del resto, agiscono e sono fondamentali non solo nel mondo della psiche, ma anche in quello fisico della materia. Tutto quello che è successo e succede tuttora nell'universo, dal big bang fino ad oggi, non è forse riconducibile all'azione di queste due forze? Non sembra pertanto azzardato affermare che queste due forze sono il motore che muove i due mondi, quello psichico e quello fisico-materiale.

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Premessa n. 1

Considerate questo scritto come un lavoro in corso. L'argomento è infatti talmente impegnativo che difficilmente potrò considerarlo concluso. Quasi certamente col passare dei giorni mi verranno in mente altre idee da aggiungere. Se anche voi siete interessati a questo tema, pertanto, ogni tanto tornate sul sito per leggere eventuali aggiunte o anche modifiche.

Premessa n. 2

Quando valutiamo un testo oppure una persona, spesso il nostro giudizio viene influenzato in maniera determinante da quel primario  ed elementare meccanismo psichico che tende a stabilire, prima di ogni altra cosa, in quale "casella" del nostro archivio mentale possiamo inserire quel determinato testo o quella persona che ci interessa in quel momento. Bene. Stando così le cose, consentitemi di darvi alcune informazioni che mi riguardano. Questo però non perché le consideri interessanti, ma solo per far capire qual è il mio atteggiamento di partenza che è tutt'altro che prevenuto rispetto all'argomento che mi accingo a trattare.
A questo punto penso ce ne sia abbastanza per poter escludere che io appartenga alla categoria dei cosiddetti "prevenuti a prescindere", del tipo Piero Angela, tanto per intenderci.

Premessa n. 3

Recensire un libro uscito nel 1987 è quantomeno originale. È il caso di precisare allora che uso questo verbo in un senso molto lato per indicare le riflessioni che mi stimola a fare un libro che in quel momento mi interessa più di altri, a prescindere dalla sua data di pubblicazione. Spesso questo avviene quando rileggo un libro a distanza di molti anni. Ecco, adesso sono in pace anche con il vocabolario. Fine delle premesse  :-)

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Claudio Lamparelli, due anni prima del libro di cui parlerò, ha pubblicato presso lo stesso editore anche Tecniche della meditazione orientale. Nell'insieme si tratta di testi che riescono a conciliare due caratteristiche che di solito invece si escludono a vicenda. Mi riferisco alla trattazione dell'argomento che è seria, completa, documentata ma contemporaneamente leggibile anche da chi sul tema non possiede una preparazione di tipo accademico, specialistico. Per inciso, sono anche i testi che io preferisco.

L'autore è tanto più apprezzabile in quanto è riuscito a trattare l'argomento senza partire da una posizione "confessionale", di parte. Ne vengono fuori pertanto giudizi obiettivi e sereni, almeno per quanto è umanamente possibile.

Nei due libri, più di ottocento pagine complessive, viene offerto un elenco sterminato di nomi, di tecniche e di informazioni. È un elenco che pertanto fa la gioia di chiunque voglia ottenere informazioni essenziali sui principali personaggi delle tre religioni monoteistiche e del mondo orientale che hanno dedicato la loro vita alla meditazione, allo yoga o a tecniche analoghe. A mio avviso, tutte queste pagine possono essere riassunte in poco spazio. Mi spiego meglio.

Un determinato argomento, per esempio il cibo, può essere trattato o secondo un taglio "descrittivo" o secondo un taglio che mira "al succo" cioè all'essenziale. Sempre restando nell'argomento cibo, allora, ci si può dedicare alla descrizione dei pressoché infiniti piatti che costituiscono l'alimentazione dei popoli e allora si avrà appunto bisogno di almeno ottocento pagine, e magari neanche basteranno. Se invece si vuole definire quale funzione ha il cibo, per dirlo basteranno poche parole: il cibo serve per fornire all'organismo tutte le sostanze di cui ha bisogno per sopravvivere. Punto.

Per quanto mi riguarda, allora, più che all'elenco lunghissimo dei casi singoli, sono interessato, e direi anche affascinato, da quello che succede nella mente umana quando si medita nel senso specifico che a questa parola attribuiscono i mistici e gli yogi. Lo sono, però, senza lasciarmi prendere dall'esaltazione fanatica e partigiana. Questa posizione mi consente di essere mentalmente aperto, disponibile e nello stesso tempo di poter rilevare anche le eventuali perplessità generate dalla lettura dei testi in questione. Ma partiamo dall'inizio cioè dal definire in che cosa consiste la visione del mondo dei mistici e degli yogi. Secondo loro:
Prendiamo adesso in considerazione quello che tutti i testi e tutti i casi riportati nel libro non si stancano mai di ripetere cioè che quello che si verifica durante le cosiddette "estasi" non è esprimibile con le parole del linguaggio umano e aggiungono anche che, per il suo verificarsi, devono prima scomparire sia il desiderio-attaccamento sia il senso dell'io.

Per quanto mi riguarda, non ho nessuna difficoltà a credere che quella particolarissima esperienza sia impossibile da descrivere e da raccontare con il nostro consueto linguaggio fatto di parole. Mi chiedo però alcune cose:
  1. Se è impossibile parlarne, allora perché ne parlano? Invece lo fanno, eccome! E non solo ne parlano, ma ne ricavano teorizzazioni di natura filosofica, morale, teologica, giuridica e cosmogonica. Infatti quasi tutti questi mistici si rifanno a qualcuna delle teorie dei filosofi che li hanno preceduti. Lamparelli questo lo sottolinea sempre precisando anche i riferimenti precisi.

    Secondo me, quando i mistici si mettono a parlare di queste materie rientrano immediatamente nel piano in cui opera la mente razionale-discorsiva per cui diventa abusivo il ricorso al piano "a-razionale e indicibile" per dare valore di verità alle proprie opinioni.

  2. Se per vuotare la mente dai contenuti abituali bisogna eliminare, tra le altre cose, anche il desiderio, perché ripetono senza sosta che bisogna alimentare dentro di sé il desiderio di unirsi-annullarsi in Dio?

    A ben guardare, il desiderio è l'unica molla che spinge ad agire gli esseri umani. L'unica cosa che può cambiare è solo il tipo di desiderio cioè la meta alla quale esso tende. A un primo sguardo, questa affermazione può sembrare smentita dai casi in cui ci sacrifichiamo per qualcuno o per qualche idea ma, riflettendo meglio, non è difficile rendersi conto che accettiamo quel sacrificio perché lo desideriamo. Tutto quello che facciamo non essendo costretti a farlo, lo facciamo pertanto perché spinti dal desiderio. Non si sfugge a questa legge.

  3. Dicono che l'io deve scomparire, annullarsi, sciogliersi in Dio altrimenti l'estasi non può verificarsi. Ma questa scomparsa totale in realtà non si verifica nemmeno durante l'estasi perché altrimenti, una volta rientrati nel vivere ordinario, non conserverebbero nessuna traccia di quella esperienza, proprio come non rammentiamo niente di quello che è successo durante una nostra anestesia.

    Preciso che l'io al quale mi riferisco è quello preso in considerazione dagli psicologi - vale a dire il centro psichico al quale fanno capo tutte le funzioni di cui siamo consapevoli - non quello caratterizzato da "egoismo" preso in considerazione dalla morale.

    Si potrebbe obiettare che, nel caso della meditazione di cui sto parlando, a dover scomparire è solo l'io egoistico-acquisitivo. Ma in realtà non scompare nemmeno quello perché non è forse vero che il mistico cerca con tutte le sue forze di acquisire e anche ripetere le sensazioni che prova durante l'estasi?

  4. Se questa esperienza unitiva con Dio è indicibile, incomunicabile e soprattutto uguale per tutti, come si spiega il fatto che nel corso della storia ne sono state ricavate religioni così diverse che si sono addirittura combattute sanguinosamente e a lungo?

    Per spiegare questa eterogeneità di risultati sul piano storico-sociale, di solito si ricorre alla teoria secondo la quale la fonte-ispirazione è unica, ma le sue manifestazioni nella storia assumono le forme che derivano dall'ambiente culturale tipico delle varie società nei diversi tempi.

    La teoria è elegante e possiede anche una parvenza di verità, peccato però che sia invece errata per il semplice motivo che qui non si tratta solo di diversità nella forma delle varie manifestazioni storiche. Queste ultime non si sono infatti limitate ad essere diverse, hanno fatto molto di più, hanno prodotto guerre sanguinose. È continuano a farlo anche oggi.

    La cosiddetta unità trascendente delle religioni è rimasta confinata nella mente di alcuni teorici tipo  Frithjof Shuon e pochi altri idealisti. 

  5. Per spiegare poi la contraddizione delle religioni che si combattono pur essendo basate sull'amore, di solito si dice (anche in alto loco): "A combattersi non sono le religioni, ma gli uomini avidi di denaro e di potere".

    Sembra una spiegazione convincente, ma secondo me non lo è perché è molto improbabile che si possa diventare tolleranti verso i seguaci di un'altra religione se si segue un Dio che dice in forma icastica e perentoria: "Io sono il signore, tuo Dio" e "Non avrai altro Dio all'infuori di me".

    In altre parole, gli uomini non si combattono solo per avidità e per conquistare il potere, possono combattersi anche perché credono che la loro religione è la migliore e l'unica. L'hanno sempre fatto con grande impegno e convinzione. Senza considerare poi che molti, combattendo, non hanno ottenuto né denaro né potere, ma solo la morte. Ecco dunque che quella interpretazione delle guerre di religione in chiave esclusivamente terrena ed egoistica non sta semplicemente in piedi, è solo una pseudo spiegazione.

  6. Bisogna anche aggiungere che, da quell'esperienza estatica uguale per tutti, sono state ricavate religioni che non si sono limitate a combattersi tra di loro come detto sopra, ma si sono lacerate in conflitti orribili anche al loro interno per decenni e addirittura per secoli, vedi il conflitto sanguinoso sciiti-sunniti che perdura anche oggi. 

  7. Non basta. Come mai da questa esperienza di unione-amore sono state ricavate società strutturate in modo per niente amorevole, come per esempio quella che in India prevede la casta degli intoccabili?

    A me sembra molto singolare la teoria secondo la quale, quando si cerca di aiutare chi soffre, in realtà lo si danneggia perché gli si impedisce di soffrire scontando così la pena per le colpe commesse nelle precedenti esistenze. In questo modo lo si condannerebbe pertanto a reincarnarsi più volte. Questa convinzione lascia perplessi eppure è molto diffusa tra quelli che credono nel karma e nella reincarnazione.
Alle persone che argomentano come sto facendo io in questo momento, di solito si obietta che stanno usando la ragione e la razionalità per parlare di una realtà che invece si pone per definizione al di là del pensiero discorsivo e razionale. Non è vero! Io non sto parlando di quella realtà, ma di quella che in tutti i tempi è stata costruita partendo da quella realtà. In altre termini, parlo delle società storiche in cui gli esseri umani vivono. Chiarisco il mio pensiero ricorrendo a una metafora: penso che si debba denunciare l'abuso che compie chi vuole legittimare  i propri cibi facendo riferimento a una dimensione in cui non esistono né i cibi né la necessità di cibarsi.

Tornando a Lamparelli, a me è piaciuta in modo particolare la chiarezza con la quale ha messo a fuoco il motivo per cui le Chiese, considerate come istituzione e gerarchia, non hanno mai avuto rapporti idilliaci (eufemismo) con i mistici della propria area. I motivi sono due e sono anche semplici, ma solo dopo averli capiti:
  1. Tutta l'autorevolezza, il prestigio e il potere posseduti da una chiesa le derivano dal suo proporsi e dall'essere accettata come tramite, come collegamento necessario tra la realtà di questo mondo e quella dell'altro mondo (per chi ci crede, ovviamente).

    Nel momento in cui si pensa invece che ognuno può mettersi in contatto con Dio direttamente (perché questo pensano i mistici), il tramite della Chiesa non è più necessario, anzi a volte viene considerato dannoso perché troppo compromesso con gli interessi terreni.

    Nella migliore delle ipotesi i mistici, pur riconoscendo la funzione della Chiesa, la criticano perché la vogliono riportare alla purezza delle origini.

  2. Le chiese a volte hanno anche il bisogno di difendersi da certi mistici perché elaborano teorie francamente discutibili e bislacche.

    Esempi di queste elucubrazioni bislacche esistono peraltro anche al di fuori delle chiese, nel campo laico. Non faccio nomi perché servirebbe solo a spostare l'attenzione verso una direzione che non mi interessa.
Le perplessità che ho espresso finora non si riferiscono, lo ripeto, a quello che si può sperimentare durante la meditazione, gli esercizi yoga e le fasi culminanti delle esperienze che qui in occidente chiamiamo "mistiche". Su questo aggettivo però ci sarebbe da discutere perché a volte le esperienze di cui sto parlando possono essere vissute anche da chi non aderisce a una religione nel senso vero e proprio della parola.

Tutte le mie riserve si riferiscono a quello che viene dopo la meditazione cioè alle costruzioni teoriche che i mistici ricavano dalle loro esperienze "illuminate". Perché, lo ripeto senza stancarmi, le esperienze mistiche sono indicibili e incomunicabili per definizione perciò parlarne non ha senso.

La lettura dei due libri di Lamparelli fornisce una visione completa dell'argomento "meditazione". È come poter vedere il quadro intero anziché una sua porzione limitata. In questa posizione privilegiata viene quasi spontanea la seguente domanda:

"Se i mistici appartenenti a varie aree culturali arrivano ad avere esperienze del tutto simili, non sarà che le premesse teoriche dalla quali ognuno di loro parte sono del tutto ininfluenti per raggiungere l'estasi finale? ".

Se a questa domanda si risponde con un sì, la conclusione che se ne ricava è abbastanza sconvolgente: l'estasi raggiunta utilizzando tecniche modellate sui contenuti di una determinata religione non dovrebbe-potrebbe essere più usata per confermare la validità di quella religione. Come invece si pensa quasi sempre. Faccio un esempio: se il mistico raggiunge l'estasi continuando a ripetere il nome di Gesù Cristo, se ne deduce allora che il cristianesimo è vero. Altro esempio: in Oriente si crede che si possa raggiungere l'estasi-samadhi grazie alla ripetizione di particolarissimi suoni che possiedono un loro potere intrinseco (mantra). Domande:

E se invece il fattore che agisce fosse la pura e semplice ripetizione di una parola o di una frase qualsiasi?

E se fosse questo il punto sul quale conviene "meditare", questa volta però nel senso razionale della parola?

Vediamo di raccogliere le idee. Chi crede in Dio può scegliere due strade:
  1. Considerarsi in contatto con lui attraverso la mediazione di una istituzione organizzata gerarchicamente che stabilisce quali sono i riti da celebrare; le regole morali da seguire; i luoghi deputati in cui onorare Dio; le preghiere da recitare; le personalità storiche dalle quali ricavare i modelli di vita da seguire (i santi); i testi sacri da inserire nel canone e quelli da considerare invece apocrifi o addirittura eretici; in poche parole, qual è la Verità e qual è l'errore; le festività da rispettare, ecc.

    Piccolo inciso storico. Fintantoché le condizioni storico-sociali lo hanno consentito, questa istituzione ha provveduto in proprio a perseguire direttamente quelli che contestavano la "Verità" stabilita ufficialmente. Quando non hanno potuto farlo direttamente, hanno delegato le autorità politiche che hanno  accettato il compito molto volentieri perché ne ricavavano una legittimazione più forte.

    Vale la pena di precisare che questa istituzione gerarchizzata può essere anche un'organizzazione diversa dalla Chiesa cattolica. Lo scrivo perché nella nostra area culturale si tende comunemente a considerarla l'unica organizzazione che svolge questo ruolo.
         
  2. Cercare di mettersi in contatto direttamente e personalmente con Dio rifiutando o ridimensionando drasticamente il tramite dell'istituzione gerarchizzata la quale di solito, anche comprensibilmente, reagisce per difendere il proprio ruolo e il potere che ne deriva.

    Questo contatto diretto e personale con Dio può essere ottenuto, a sua volta, seguendo due strade: o quella che prevede le tecniche tipiche dell'ascesi e del relativo tipo di esistenza, oppure quella opposta di tipo "tantrico". 
Qui mi fermo perché non ho né l'intenzione né la capacità di scrivere un trattato.

P.S. - Ho detto che Lamparelli esprime giudizi sereni e imparziali, tuttavia è facile capire che considera le tecniche della meditazione orientale come quelle meglio elaborate e più complete anche dal punto di vista teorico. Nel lungo elenco di nomi, infatti, per ogni mistico occidentale sottolinea le analogie esistenti tra le sue tecniche-teorie e quelle dei corrispondenti punti di vista orientali. Quasi a ricavarne una validazione per i primi.


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Descrizione di due esperienze personali che ho inserito nella mia tesi di laurea

   

Energia aggregante

Il contenuto di queste due esperienze personali non avrebbe richiesto, in effetti, una suddivisione in due paragrafi che tuttavia ho ugualmente adottato per accentuare la chiarezza della esposizione e per rispettare una certa simmetria con gli altri capitoli.

Ho avuto queste esperienze in un periodo in cui praticavo degli esercizi yoga di tipo “mantra-yoga” consistenti nella ripetizione continua di un “mantra”. Un mantra può essere formato da una sola sillaba, da una parola o da un gruppo di parole, in ogni caso un mantra rappresenta una energia e, per il suo tramite, nella mente avviene qualcosa. Un mantra, per essere efficace, deve essere pronunciato in modo conforme a particolari norme. Per la nostra mentalità scientifica è facile e quasi spontaneo vedere nel mantra niente più che un semplice stimolo monotono la cui ripetizione finirebbe con l’indurre uno stato ipnotico. In questa sede, però, non interessano le possibili ipotesi esplicative del fenomeno, interessa soltanto la descrizione del fenomeno in se stesso.

Quando l’esercizio viene eseguito in modo corretto e ripetuto per un periodo di tempo sufficientemente lungo, si produce l’interruzione del collegamento tra l’attenzione e gli stimoli provenienti dal mondo esterno. A questo isolamento della mente dal flusso degli stimoli sensoriali fa seguito, a volte, la comparsa di scene alle quali il praticante partecipa provando la stessa sensazione di realtà e di presenza vigile che caratterizza l’attività dello stato di veglia. Come nei sogni, in queste scene può accadere di tutto dal momento che non sono operanti le limitazioni imposte dalla realtà fisica. Queste scene, tuttavia, si differenziano nettamente dalla normale attività onirica per la loro nitida chiarezza e per il senso di presenza vigile che le contraddistingue. Per indicarle non saprei trovare una espressione migliore di “realtà onirica”.

Ed ora ecco la prima delle due esperienze. L'ho avuta durante la normale attività quotidiana.

Stavo guidando normalmente l’automobile quando ho sentito che dalle profondità del mio essere si staccava qualcosa di simile ad una bolla d'aria che cominciava a salire verso la superficie. Ero in uno stato di calma assoluta, con in più un’attesa curiosa per quanto sarebbe accaduto. Nel momento stesso in cui la “bolla d’aria” è affiorata, sono stato letteralmente pervaso da un traboccante sentimento d’amore verso tutte le persone che vedevo attorno a me ed anche verso tutte le cose che mi circondavano. Nel mio stato d’animo non c’era niente di tumultuoso, mi sentivo spinto irresistibilmente verso gli altri da una sollecitudine senza riserve, da un desiderio di dare, da una esigenza di unione, da un senso di partecipazione senza limiti. Guidavo proteso verso il parabrezza quasi a voler dare concreta attuazione al mio desiderio di “stare più vicino” a tutti e a tutto. Mi sentivo attratto dagli alberi, dall’erba, dai ciottoli, da ogni cosa creata. Ogni mia fibra era fatta vibrare da una gioia intensissima. Dai miei occhi scendevano copiose lacrime di commozione.


Energia disaggregante

Quello che segue è il contenuto della seconda esperienza personale, questa volta però vissuta mentre facevo un esercizio yoga.

Mi trovavo nello spazio. Non avevo corpo. Attorno a me non c’era niente, mi circondava il vuoto più completo. Ero tranquillissimo. Ad un certo punto ho avuto la sensazione netta che qualcosa si stava avvicinando a me. La sentivo, ma non la vedevo, non aveva forma, era energia allo stato puro. Era animata da una intenzione fredda e implacabile: penetrare in ogni atomo del mio essere per poi disintegrarlo dall’interno in una esplosione silenziosa e annientatrice.

Era una forza che sentivo “aliena” nel senso più totale del termine, aliena non solo da tutto ciò che è vita, ma anche da tutto ciò che esiste come “aggregato” di parti. Si avvicinava lentamente ma ineluttabilmente, fatta di gelo siderale. Nei suoi confronti provavo la stessa sensazione di assoluta nullità e impotenza che si prova di fronte alle forze della natura scatenate in un terremoto o in un uragano, con una differenza in peggio: queste sono impersonali e prive di intenzionalità, quella aveva una volontà inesorabile, in quel momento diretta contro di me.

Mi trovavo in questo stato di terrore muto e paralizzante quando, come un lampo, mi hanno attraversato la mente questi pensieri: “Chiuditi a difesa. Disponiti a quadrato. Congelati nell’immobilità totale”.

Per scrivere queste cose, adesso ho impiegato un certo tempo, allora pensarle e metterle in atto fulmineamente con l’immaginazione fu tutt’uno. Il risultato fu che mi svegliai dall’esercizio immediatamente, basito di paura, la fronte bagnata di sudore freddo. Oltre la paura, però, c’era anche, sia pure sullo sfondo e molto tenue, un certo senso di esultanza e soddisfazione per avercela fatta, per essere riuscito a venirne fuori.

Cosa ne sarebbe stato di me se non avessi adottato tempestivamente quello stratagemma? Non mi piace drammatizzare, per cui mi limiterò a dire che di sicuro oggi non sarei qui a raccontare quella mia avventura interiore. Ecco perché condivido appieno le esortazioni alla cautela rivolte da Jung, da M.L. von Franz, da M. Eliade e da molti altri a tutti coloro che si accingono a tentare a cuor leggero questo tipo di esperienze. Jung diceva che l’inconscio può illuminare ma può anche accecare. Niente di più vero, tuttavia, una volta conosciuti i pericoli che si corrono, può sempre esserci qualcuno disposto a correrli sulla propria pelle. La conoscenza della psiche umana non sarebbe arrivata dove è arrivata se non ci fossero stati uomini come Freud e come Jung disposti a rischiare il proprio tracollo psichico pur di raggiungere un traguardo da loro sentito come importante ed essenziale.

Ecco ora alcune riflessioni sulle due esperienza appena descritte. Vorrei dire innanzitutto che le espressioni “energia aggregante” ed “energia disaggregante” mi sono venute subito spontanee in mente quando ho cercato di definire in modo sintetico quanto avevo sperimentato in quelle due occasioni.

Oggi assocerei immediatamente quanto mi accadde con i concetti freudiani di Eros e di Thanatos dal momento che esprimono perfettamente le due idee di legare-unire e di sciogliere-dissociare che stanno alla base dei miei vissuti di allora. Ma a quel tempo ignoravo del tutto il senso specifico che la psicoanalisi attribuisce a quelle due parole, pertanto è da escludere qualsiasi fenomeno di suggestione, sia pure indiretta.

Un altro aspetto importante da mettere in rilievo mi sembra questo: la seconda esperienza, quella dell’energia senza forma, dimostra che a volte i contenuti inconsci possono manifestarsi anche senza l’ausilio delle immagini o di altre percezioni sensoriali interiorizzate.

Altra conclusione da trarre: la pratica dello yoga può produrre fenomeni ed esperienze psichiche anche in un occidentale nutrito ed allevato con il latte della scienza moderna, e per niente incline agli slanci di natura mistica.

Ancora: è possibile sperimentare e conoscere i contenuti inconsci conservando un perfetto stato di vigilanza e di presenza a se stessi. È molto probabile che questo risultato sia da attribuire alla cosiddetta “coscienza testimone”, che nel caso specifico era stata ottenuta grazie alla pratica del mantra-yoga la quale consente di raggiungere la separazione tra i contenuti dell’attenzione e l’attenzione stessa. Normalmente, invece, noi identifichiamo quest’ultima con i contenuti che la tengono occupata. In altre parole, si potrebbe dire che la coscienza testimone non è altro che “consapevolezza della propria attenzione”, consapevolezza che cresce mano a mano che ci si rende conto che l’attenzione continua ad esistere, come funzione, anche quando è vuota di contenuti. La difficoltà consiste proprio in questo, nel riuscire a non addormentarsi quando il materiale attentivo a poco a poco si assottiglia fino a scomparire del tutto.

L’ingresso nel mondo onirico in stato di coscienza vigile si verifica proprio nel momento in cui l’attenzione, deprivata sensorialmente, comincia ad essere alimentata dal materiale inconscio. Sull’attenzione sono stati fatti pochi studi e ricerche, forse perché viene considerata un dato di partenza scontato ed ovvio, ma il pensiero creativo deve interrogarsi anche sull’ovvio. L’essere umano percepisce-pensa-sente-agisce, ma non potrebbe esercitare nessuna di queste funzioni senza l’ausilio dell’attenzione, per lo meno sul piano cosciente. Ecco perché la ricerca dovrebbe dedicare all’attenzione una maggiore… attenzione!

Mi sono limitato a descrivere soltanto due esperienze tra tante perché mi sono sembrate le più significative, perché mi interessava descrivere come “funziona la cosa”, e perché mi interessava soprattutto dimostrare che la cosa funziona anche in un occidentale.


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