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Saggezza e illusioni della filosofia

Caratteri e limiti del conoscere filosofico

Jean Piaget

Einuadi - 1969


Non si tratta di un'opera recentissima, ma credo sia importante parlarne in quanto chiarisce in modo esemplare le caratteristiche del sapere filosofico e, cosa ancora più importante, i suoi limiti. La messa a punto di Piaget va tenuta tanto più in considerazione in quanto proviene da uno studioso che era membro dell'Institut international de philosophie, quindi da persona non prevenuta nei confronti della filosofia.

Il libro non è di facile lettura in quanto spesso sviluppa ragionamenti di tipo molto specialistico, sia filosofico che psicologico. La sua tesi, però, è molto chiara e può essere riassunta così:la filosofia è in grado di fornire un sapere che è piuttosto una SAGGEZZA che non una CONOSCENZA. Con il primo termine Piaget intende l'insieme delle indicazioni che consentono all'uomo di coordinare le proprie attività. Con il secondo, invece, intende il sapere propriamente detto cioè quello che riesce ad ottenere il consenso della comunità in quanto garantisce potenzialmente a tutti la possibilità di controllare-verificare i suoi contenuti.

Mi sarebbe piaciuto che la lettura di queste mie poche righe invogliasse il lettore ad acquistare il libro ma, almeno nel momento in cui scrivo (maggio 2006), il titolo non è più in catalogo perciò non resta che augurarsi che la Einaudi decida di ristamparlo. Nel frattempo, comunque, più sotto propongo un estratto della sua introduzione che descrive il contenuto del libro. Ho ottenuto l'estratto fondendo insieme le citazioni vere e proprie, il riassunto e le mie personali rielaborazioni.

Inizio la serie delle mie recensioni parlando di questo libro perché esprime e sviluppa con argomentazioni rigorose quelle perplessità nei confronti della filosofia che io da anni mi sono limitato ad avvertire come semplice sensazione. Ricordo ancora l'entusiasmo con il quale scoprii la filosofia al liceo. A quell'età l'adolescente avverte il bisogno, perfino doloroso, di dare un ordine e un significato al mondo e alla vita che premono confusamente su di lui, sia dall'interno che dall'esterno. La sociologia assolve in parte alla stessa funzione, ma essa è meno immediatamente disponibile per i giovani che seguono i programmi scolastici.

Da parte mia, quindi, amore a prima vista per la filosofia. Poi, però, col passare degli anni è andata crescendo sempre più in me la convinzione che è troppo facile arrampicarsi sulle parole limitandosi a spiegarle con altre parole (pensiero autoreferenziale) e che è impossibile raggiungere una conclusione universalmente condivisa quando si dibattono argomenti che sono, per definizione, al di là di ogni verifica e controllo, come lo Spirito assoluto, la Monade, Dio, il fine ultimo della storia, la cosa in sé, ecc. Costruire sistemi filosofici usando questi concetti è un po' come pretendere di giocare a poker avendo a disposizione anche un jolly, oppure come pretendere di disegnare quadrati avendo a disposizione solo un timbro tondo. Molti filosofi, invece, si sono dedicati proprio a questo tipo di speculazione, forse perché parecchi di loro provenivano dagli studi teologici. Cosa perfettamente legittima, è ovvio, basta non avere la pretesa, alla fine, di avere trovato la verità DIMOSTRATA.

Quando un filosofo si abbandona a riflessioni del tipo "L'essere non può non essere" oppure "La verità è l'autorivelazione dell'Essere" (con la E maiuscola, mi raccomando!) a mio immodesto avviso ha già compiuto il primo passo lungo la strada che porta alla masturbazione intellettuale o al delirio di onnipotenza del pensiero che si convince di essere il creatore della realtà. A questo punto, di solito, salta fuori il saputello che tira in ballo le dottrine orientali della non-realtà del mondo materiale e il principio di indeterminazione di Heisenberg che dimostrerebbe l'aleatorietà della conoscenza scientifica. Il saputello, però, ignora che il principio di indeterminazione si riferisce soltanto al mondo delle particelle sub-atomiche e non al mondo visibile in cui noi, di fatto, viviamo la nostra vita. Probabilmente ignora anche che Buddha morì per una dissenteria prodotta dall'avere mangiato funghi velenosi. La realtà materiale sarà pure illusoria, come sostengono alcuni, ma possiede il potere di ucciderci. Detto questo, ci sarebbe anche da spiegare come mai certi professori di filosofia, massimi teorizzatori dell'IDEALISMO, nella vita reale fossero spietati organizzatori e difensori degli interessi molto MATERIALI delle loro baronie universitarie. Alla faccia dell'idealismo!

Il cervello umano può pensare a diversi livelli che si succedono a partire dal momento della nascita, dal livello più elementare a quelli via via sempre più elaborati e complessi. Molto schematicamente:  Al 1° livello, si limita a costruire ed assemblare i mattoni costituiti dalle "rappresentazioni mentali" degli oggetti materiali e dalle "sensazioni" che in passato questi oggetti hanno prodotto nel cervello stesso. Fin qui la sua attività non si differenzia da quella svolta, per esempio, dal cervello del topo che evita accuratamente di toccare la griglia metallica che in passato gli ha trasmesso una scarica elettrica. Al 2° livello, manifesta la consapevolezza di se stesso e della propria attività. Al 3° livello, comincia a costruire i concetti "astratti" (tempo, peso, causa, effetto, operazioni logiche e matematiche, ecc.). Al 4° livello, procede ulteriormente nel processo di astrazione elaborando i concetti costruiti "riflettendo sui concetti", e così via in un crescendo di astrazione potenzialmente senza fine. Ecco perché un poco alla volta mi sono convinto che, mano a mano che ci si allontana dal terzo livello, va crescendo in pari misura il rischio che l'attività mentale si riduca a elucubrazioni inverificabili, quindi sterili e a volte anche pericolose perché da esse è facile ricavare le utopie che sfociano nel fanatismo e nell'intolleranza.

Sono convinto, per esempio, che l'umanità si sarebbe risparmiata un'enorme quantità di tragedie se Carlo Marx si fosse laureato in FISICA anziché in FILOSOFIA. In questo caso, infatti, si sarebbe attenuto maggiormente ai fatti reali anziché abbandonarsi alle sue profezie millenaristiche che non hanno niente di "scientifico" nonostante tutte le sue pretese in proposito. Nessuna delle sue previsioni, infatti, è stata confermata dagli avvenimenti storici successivi. Perché la scienza è questo: comprensione delle leggi che regolano i fenomeni, comprensione che consente di fare previsioni esatte, cioè confermate dai fatti.

Ma, a parte le considerazioni appena espresse, col passare degli anni ho scoperto anche che i filosofi - essendo convinti che solo a loro è consentito "penetrare direttamente nelle regioni supreme del sapere", come dice Piaget - hanno sviluppato un complesso di superiorità che li fa sentire autorizzati a rivedere le bucce a tutte le altre discipline. Il libro di Piaget, insomma, rimette le cose a posto dando a ognuno quello che gli spetta. Un perfetto completamento a quanto lui ha scritto, inoltre, è rappresentato dalla seguente citazione di un filosofo studioso di logica che ho trovato nel libro di Piergiorgio Odifreddi "Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Gödel", Einaudi, 2003:

Quando affrontiamo i grandi sistemi filosofici di Platone o Aristotele, Cartesio o Spinoza, Kant o Hegel con i criteri di precisione stabiliti dalla logica matematica, questi sistemi vanno in pezzi come se fossero castelli di carte. I concetti fondamentali sono oscuri, le tesi principali incomprensibili, i ragionamenti e le dimostrazioni, e le teorie logiche su cui si basano tutte sbagliate. La filosofia deve essere completamente ricostruita, ispirandosi al metodo scientifico e basandosi sulla nuova logica.

(Jan Lukasiewicz, "O Determinizmie", § 1)


Detto questo, ecco il riassunto-citazione della introduzione scritta da Jean Piaget:

 

La filosofia può fornire la SAGGEZZA che è necessaria per guidare le attività degli uomini, ma non fornisce un sapere nel vero senso della parola, cioè dotato di quelle garanzie e di quei controlli che contraddistinguono la CONOSCENZA vera e propria. 

Fino ad oggi mi sono limitato a pensarlo e a tenere per me questa convinzione. Oggi, tuttavia, mi sembra sia venuto il momento di darne giustificazione ed anche di proclamarla perché disconoscere la validità di questa tesi porta ad abusi sempre più frequenti. 

Nella mia carriera di psicologo e di epistemologo ho sempre mantenuto buone relazioni con i filosofi i quali spesso mi hanno onorato della loro amicizia e della loro fiducia (mi hanno anche eletto membro dell' Institut international de philosophie). 

Nel mio lavoro ho dovuto affrontare quasi ogni giorno quei problemi che rendono difficile la trasformazione di molte discipline in scienza. In sostanza, però, tutti questi problemi possono essere ridotti ad uno solo: quali sono le caratteristiche che deve possedere un sapere per poterlo definire vera CONOSCENZA e non semplice indagine intellettuale astratta? 

È di fondamentale importanza stabilire se la filosofia fornisce CONOSCENZA oppure soltanto SAGGEZZA. È importante perché la risposta che si dà a questo quesito condiziona la riuscita o il fallimento degli sforzi di migliaia di ricercatori. Innanzitutto dei giovani filosofi perché si sentono autorizzati a credere che sia permesso loro di penetrare direttamente nelle regioni supreme del sapere. Invece né loro né a volte i loro stessi insegnanti hanno la minima esperienza di quello che sia la conquista e la verifica di una conoscenza particolare. Il discorso può essere esteso dai filosofi a tutti quelli che si interessano delle cosiddette "scienze dell'uomo" in quanto la loro carriera sarà continuamente condizionata da questioni legate alla dipendenza o all'indipendenza nei confronti della filosofia.

 Le domande da porsi sono queste:

  • Esiste un modo specifico di conoscenza che sia proprio della filosofia? Che sia, cioè, ben distinto dalla conoscenza scientifica ma, al tempo stesso, fornito di regole e di metodo degni di una vera CONOSCENZA?

  • Se questo modo di conoscenza proprio della filosofia esiste, quali regole possiede e a quali procedimenti di VERIFICA conduce?

  • Questi procedimenti di verifica sono efficaci? Vale a dire, sono mai riusciti a chiudere un dibattito respingendo una teoria perché giudicata inaccettabile da tutti i contemporanei e, al tempo stesso, fornendo "pezze d'appoggio" sufficienti affinché tutti siano disposti ad accettare la teoria vittoriosa?


La filosofia è diventata una specie d'esercizio spirituale investito di un'aureola conferente un prestigio tale che qualsiasi posizione critica nei suoi confronti viene considerata "ipso facto" come prova di positivismo gretto o di incapacità di capire. 

Detto questo, tuttavia, riconosco che la filosofia ha la sua ragione d'essere. Bisogna anzi riconoscere che chi non è passato per la sua strada rimane incompleto per sempre. 

Ecco la descrizione del contenuto dei vari capitoli:

  1. Nel primo capitolo descrivo la mia "deconversione" che mi ha condotto a diventare, da "ex futuro filosofo" , uno psicologo e un epistemologo che studia tutte le fasi che attraversa il  processo di formazione del pensiero-intelligenza, dall'infanzia all'età adulta (epistemologia genetica).

  2. Nel secondo capitolo cercherò di precisare i rapporti fra la filosofia e le scienze. Ricorderò anche che i più grandi sistemi filosofici sono nati da una riflessione sulle scienze oppure da progetti che rendevano possibili nuove scienze. Le idee della filosofia sono nate quando ancora non c'era differenziazione tra metafisica e scienze. Poi, invece, queste ultime si sono gradatamente differenziate dalla metafisica dando origine a discipline autonome come la logica, la psicologia, la sociologia e l'epistemologia la quale oggi è sempre più opera degli scienziati stessi.

  3. Contro questa inevitabile scissione della filosofia in una metafisica  (che è soltanto una SAGGEZZA o una FEDE ragionata, ma non una CONOSCENZA vera e propria)   e in un certo numero di discipline divenute indipendenti, nel XIX secolo è insorta una corrente di pensiero il cui rappresentante contemporaneo più illustre è HUSSERL. Questa scuola ha voluto rivendicare alla filosofia un tipo di conoscenza specifico che può essere chiamato "sovrascientifico" o "parascientifico". Il valore di tale corrente di pensiero sarà discusso nel capitolo III. Discuterò in particolare di quel tipo di conoscenza che è l'INTUIZIONE nelle due forme proposte da Bergson e dalla fenomenologia.

  4. Nel IV capitolo valuterò la possibilità di una conoscenza specificamente filosofica prendendo in esame un esempio particolarmente istruttivo, la cosiddetta "psicologia filosofica" che ha voluto costituirsi a complemento e in sostituzione della psicologia scientifica. La serie di tentativi in quella direzione è iniziata con Maine de Biran ed oggi fa capo a Sartre e a Merleau-Ponty.

  5. Il capitolo V tratterà un problema che è centrale per la mia tesi: si ha il diritto di abbordare una questione di FATTI servendosi di una discussione puramente RIFLESSIVA?

Lo scopo del libro è lanciare un grido d'allarme e difendere una posizione. Non vi si cerchi l'erudizione né la profondità dei dettagli. Esso contiene soltanto la testimonianza di un uomo che è stato tentato dalla speculazione filosofica e che ha rischiato di consacrarvisi. Ora, avendone compreso i pericoli, le illusioni e i molteplici abusi, vuole comunicare la sua esperienza e giustificare le sue convinzioni laboriosamente acquisite.



 

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