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La ragazza del secolo scorso

Rossana Rossanda

Einaudi - 2005


Sprizzava gioia da tutti i pori. Mi veniva incontro e i suoi occhi erano sfavillanti, esprimevano un misto di soddisfazione e di rivalsa a lungo desiderata e finalmente ottenuta. Era il 4 ottobre 1957, l'Unione Sovietica aveva appena lanciato lo Sputnik, il primo satellite messo in orbita dall'uomo. Oggi siamo abituati ad avvenimenti di questo genere, fanno notizia soltanto quando si concludono con un insuccesso e ci scappano dei morti, ma allora l'evento fu percepito giustamente come storico. La persona di cui sto parlando faceva parte del gruppo di amici che frequentavo abitualmente da giovane. Spesso discutevamo di argomenti politici con calore e passione, a volte fino alle ore piccole, incuranti del vento gelido che d'inverno ci tagliava le orecchie. È naturale, a quell'età si è convinti che dall'esito di una discussione dipendano i destini dell'umanità. In realtà, da quell'esito dipende solo il destino della nostra autostima. Comunque sia, questo amico era un acceso comunista e io non me ne meravigliavo affatto dal momento che era poverissimo e viveva in un seminterrato dalle cui finestre si vedevano le gambe delle persone che camminavano sul marciapiede esterno. Per lui il comunismo rappresentava la speranza di affrancarsi da una condizione sociale di estremo bisogno e di subalternità. Non deve sorprendere il fatto che vivesse come successo personale quello ottenuto dall'Unione Sovietica con il lancio dello Sputnik. A quel tempo, infatti, tutti i comunisti italiani (sicuramente gli iscritti di base) si identificavano con l'URSS e Stalin era ancora chiamato "Il grande padre" dei lavoratori. I moti popolari di ribellione che cominciavano ad agitare i paesi dell'Europa orientale erano presentati dal PCI come oscure e provocatorie manovre della CIA. E gli iscritti non chiedevano di meglio che credere a questa versione che permetteva loro di conservare intatto il mito dell'URSS come paradiso dei lavoratori. La verità storica si è fatta strada molto lentamente e con grande fatica, tanto che oggi c'è ancora qualcuno che attribuisce la responsabilità di quei moti popolari agli intrighi dei capitalisti nemici della rivoluzione sovietica.

Ebbene, ho raccontato questo piccolo episodio per dire che, se oggi questo amico fosse ancora comunista, io lo capirei perfettamente perché mi rendo conto che non è facile cancellare dalla memoria le condizioni in cui abbiamo vissuto gran parte della nostra vita, in particolare se si tratta degli anni della gioventù. Mi riesce molto difficile, invece, capire i motivi per i quali possa essere ancora comunista una persona che non ha dietro le spalle un'esistenza da "proletario". Poiché invece questo avviene, mi porto dentro da molto tempo il desiderio insoddisfatto di capire attraverso quali percorsi mentali ed emotivi un intellettuale di estrazione "borghese" arriva a fare questa scelta. Questa mia curiosità, del resto, è la stessa che la Rossanda dice di leggere nello sguardo dubbioso di certe persone che le stanno attorno: "Perché sei stata comunista? Perché dici di esserlo?" (qui è sottinteso un "ancora") (pag. 4).

Il mio interesse e la mia curiosità sono addirittura aumentati quando nel libro ho letto quello che lei dice a proposito della sua famiglia: ".... eravamo intellettuali e frequentavamo i libri" (pag. 33). Ho pensato subito: "Benissimo, la sua scelta di campo non è stata solo emotiva, ha familiarità con i libri ed è abituata a far lavorare il cervello. Questa è la volta buona che qualcuno mi permette finalmente di capire". Oltre questo, da parte mia c'era anche un altro motivo d'interesse rappresentato dal fatto che la Rossanda non si è limitata a iscriversi al PCI, ha anche partecipato attivamente alla vita del partito e ne è diventata una dirigente arrivando a livelli abbastanza alti da permetterle di vedere e sapere quello che non potevano vedere e sapere i semplici iscritti di base. Le premesse per soddisfare il mio desiderio di capire, quindi, c'erano proprio tutte: una persona intelligente, colta, non motivata al comunismo dalle condizioni economiche personali, oltretutto a conoscenza dei retroscena, stava per raccontarmi le ragioni della sua scelta. La buona fede, la davo per scontata, ovviamente.

Ho appena spiegato le grandi aspettative che avevo nell'accingermi alla lettura del libro. Adesso che ho finito di leggerlo posso dire che sono state soddisfatte? Vediamo. Comincio dalle cose minime. Se avessi scritto io il libro, probabilmente avrei distribuito le virgole in modo un po' meno casuale, ma questa è una critica che potrebbe essere mossa a ogni testo non scritto da noi, quindi la metto da parte e vengo alle questioni importanti. La Rossanda dice di non aver voluto scrivere un libro di storia, ma di avere cercato la risposta alle due domande (quelle che ho riportato sopra) attingendo soltanto alla sua memoria. Nel farlo risale così lontano nella sua storia personale che ne è venuta fuori una singolare miscela di autobiografia intima-introspettiva e di diario storico-politico. Tanto è vero che è riuscita a mettere arditamente insieme il ricordo del sangue della sua prima mestruazione e le vicende storiche attraversate dal PCI dal 1943 ad oggi. A parte il colore rosso, non si capisce bene quale altro elemento in comune potessero avere le due cose, ma direi che il risultato è tutt'altro che sgradevole. Sarà stato per deformazione professionale, ma mi è venuto spontaneo chiedermi: "La casa in cui si verificò lo 'storico' evento - oltre quel bidet che raccolse il suo primo sangue mestruale - conteneva sicuramente tante altre suppellettili che lei avrebbe potuto recuperare dall'archivio della sua memoria. Perché ha scelto di rammentare proprio quello?". Forse lo ha fatto per il desiderio snob di mostrarsi disinibita e distinguersi così dalle donne comuni facendo vedere che sa parlare disinvoltamente anche di quelle cose intime. La mia potrebbe essere soltanto una piccola malignità, si capisce, ma confermata da Gad Lerner il quale, nella trasmissione TV "L'infedele", ha detto che la Rossanda e gli altri suoi compagni del "Manifesto" erano considerati degli snob anche negli ambienti dell'ultrasinistra di allora.

La parte propriamente biografica del libro mi è sembrata bellissima, ma non ne parlerò perché c'è solo da leggerla. Essendo distribuita all'interno di tutto il libro, inoltre, vivacizza la parte storico-politica vera e propria rendendola meno scolasticamente noiosa. Ho trovato interessante il tentativo di interpretazione freudiana che lei compie quando cerca di indagare sulle origini profonde della sua scelta di campo politica. Ma si tratta di un tentativo appena accennato che sta a dimostrare, comunque, che è interessata anche a quello che accade dietro le quinte della coscienza. Tentativo che rinuncio a commentare in quanto non ho elementi sufficienti per farlo. Oltre questa ipotizzata motivazione inconscia, lei ne presenta anche un'altra - questa volta cosciente - che però, anche se vera, ha tutta l'apparenza di essere una costruzione letteraria. Fino al 1943 lei aveva escluso la politica dal campo dei suoi interessi ma, quando il precipitare degli eventi la costringe a prendere posizione, a effettuare una scelta di campo, va dal suo professore di storia della filosofia, Antonio Banfi, per chiedergli qualche indicazione utile. Lui le consiglia la lettura di tre testi di autori marxisti (Marx, Lenin, Lanski). Allora lei va a prenderli nella biblioteca comunale e, proprio mentre sta tornando a casa con i libri, chi ti va ad incontrare? Apprendiamolo dal suo stesso racconto:

Salii sul tram.... era sera, era pieno di gente stanca.... Avevo davanti tre operai sfiniti, forse muratori. Sfiniti di fatica e mi parve di vino, malmessi, le mani ruvide, le unghie nere, le teste penzolanti sul petto. Non li avevo mai guardati, il mio mondo era altrove, loro erano.... la fatica senza luce.... ERA CON LORO CHE DOVEVO ANDARE. A casa lessi tutta la notte, un giorno, due giorni.... mi venne la febbre, macigni interi cui ero passata accanto andavano al loro posto, non potevo più fare come se non ci fossero.... ". (Pag. 74). (Le maiuscole le ho messe io)

E caspita, quando uno dice le coincidenze fatali! Come si fa a non diventare comunisti quando, proprio al momento giusto, si fanno incontri come questo che sono un segno inequivocabile del destino? Con molta probabilità la Rossanda non leggerà mai queste righe ma, se per avventura ciò accadesse, spero voglia perdonare la mia ironica impertinenza. Il fatto è che mi lasciano molto perplesso le scoperte della propria vocazione che avvengono in modo così fulmineo. Anche a voler ammettere che non si tratti di una costruzione letteraria, restano pur sempre due altri motivi per i quali restare perplessi. Primo, quando gli occhi ci si aprono in modo così improvviso, è molto facile diventare fanatici e dogmatici perché questa via porta più spesso a scoprire una fede che non a costruire convinzioni ragionate e meditate. Secondo, le folgorazioni come quella descritta dalla Rossanda sono prodotte quasi sempre da un preesistente accumulo di energie psichiche determinato da dinamiche inconsce non chiarite e non risolte. La vera origine di queste folgorazioni, dunque, non sta nelle motivazioni razionali che ci costruiamo successivamente.

Comunque sia, in quella circostanza la sua vita subisce una svolta. Torna dal professore Banfi che la manda da una signora la quale, a sua volta, la fa entrare nell'organizzazione clandestina dei partigiani, le assegna uno pseudonimo e le affida un primo compito. Segue la descrizione degli avvenimenti fino alla fine della guerra. Poi arriva il dopoguerra che porta con sé il ritorno alle normali attività della vita di pace. Il 6 febbraio 1946 si laurea in lettere, trova lavoro all'enciclopedia Hoepli, il giorno dopo si iscrive al PCI.

Ad un certo punto del libro ci spiega le ragioni per le quali non aveva alcuna intenzione di vivere lo stesso tipo di esistenza vissuta dai genitori:

.... Ero COMUNISTA per questo: sulla mia generazione FASCISTI E PADRONI DEL MONDO non sarebbero passati.  (Pag.106). (Le maiuscole le ho messe io).

A me sembra che, volendo mirare all'essenziale, in questa frase si possa trovare la risposta a entrambe le domande di fondo che stanno a cuore sia a me che a quelli che stanno attorno alla Rossanda:  "Perché sei stata comunista?" e "Perché lo sei ancora?". Farei però una distinzione essenziale. Mentre la frase risponde in modo convincente alla prima domanda - perché allora le scelte a disposizione non erano molte, potevi stare solo di qua o di là (oppure restare alla finestra come fecero i più) e non era concesso il lusso di troppi e sottili distinguo - non risponde in modo altrettanto convincente alla seconda domanda. Direi, anzi, che non convince affatto. A più di 60 anni da quelle vicende drammatiche, infatti, viene da domandarsi: "Possiamo ancora considerare valida la visione del mondo espressa in quella frase, così semplicistica, rozza e manichea, da una parte i BUONI (comunisti), dall'altra i CATTIVI (fascisti e padroni del mondo)?". Per quanti sforzi io faccia per cercare di immedesimarmi nel modo di vedere della Rossanda, non riesco a rispondere con un sì. Eppure, dopo avere ultimato la lettura del suo libro, ho l'impressione che lei sia ancora comunista proprio a causa di quella visione del mondo manichea che non consente molte alternative. Quando si interpreta la società sulla base di una estrema semplificazione come questa, si è portati a considerare accettabile il pagamento di qualsiasi prezzo pur di ottenere la vittoria sui CATTIVI. E si perde, inoltre, la capacità di vedere e capire le infinite sfaccettature della realtà. Come conseguenza, anziché adeguare gli schemi interpretativi alla realtà, si fa l'opposto, si pretende di costringere la realtà entro le gabbie dell'ideologia (intesa in senso negativo).

La persona che fa propria l'ideologia della Rossanda costruisce le proprie argomentazioni partendo sempre dalla premessa espressa dalla frase riportata sopra, cioè la lotta contro gli sfruttatori e gli oppressori (i fascisti e i padroni del mondo). Questa persona non si rende conto che il punto centrale in discussione non è la lotta contro gli oppressori e gli sfruttatori - la quale trova consenzienti quasi tutte le persone oneste - ma soltanto il MODO E I MEZZI CON I QUALI CONDURLA. Il discrimine è tutto qui, non nella lotta in sé. La Rossanda è convinta di possedere la strategia giusta per vincere la lotta, la ricetta infallibile per far sparire dal mondo il male e l'ingiustizia. La ricetta sarebbe il marxismo (lo ha ribadito anche nella trasmissione TV "L'infedele"). I crimini di Stalin non sarebbero da attribuire al marxismo, ma ad una sua personale aberrazione. In realtà il marxismo è una teoria politica che rinvia la libertà a non si sa quando e per il presente, invece, prevede la DITTATURA del proletariato, cioè il TOTALITARISMO, un regime politico che ammette un solo partito il quale informa e guida l'azione di tutto lo Stato. In questo regime il potere governativo disciplina direttamente tutti i rapporti sociali in base ad un'unica ideologia. A parte il concetto di dittatura, che già di per sé renderebbe il marxismo inaccettabile, in un regime politico di questo genere si può davvero credere che le aberrazioni come quella di Stalin rappresentino solo un caso isolato, fortuito?

Tra Marx e Stalin, poi, c'è un filo diretto lungo il quale si colloca Lenin con la sua minuziosa e sistematica teorizzazione del partito rivoluzionario e dell'uso spregiudicato della VIOLENZA. A questo proposito, infatti, lo storico F. Furet scrive: "Il partito unico..... il TERRORE e la polizia politica sono eredità LENINISTE" (F. Furet, "Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo", Mondadori, 1995, pag. 492). Alla concezione totalitaria propria del marxismo, quindi, Stalin ha aggiunto di suo soltanto una componente personale particolarmente paranoica. Tutto il resto c'era già. E c'è ancora. Mi limito a queste poche riflessioni poiché il mio scopo non è scrivere un saggio di filosofia politica.

La Rossanda, è vero, ha preso le distanze dai crimini commessi da Stalin in nome del comunismo, ma - a parte il fatto che per aprire gli occhi sulla realtà dell'URSS ha avuto bisogno di 24 lunghissimi anni  - questa presa di coscienza non ha intaccato la sua fede comunista. Come è riuscita a conservare la fede comunista nonostante tutto? Credo che la risposta sia semplice. Le è bastato ricorrere al solito espediente di cui si servono tutti quelli che non sono capaci di rinunciare all'utopia quando la realtà si incarica di smentirla:

basta operare una distinzione tra l'UTOPIA e gli UOMINI chiamati a realizzarla concretamente

A questo punto il gioco è fatto. Se gli uomini hanno commesso dei crimini, basta condannare gli uomini e, voilà, l'utopia è salva, pronta a partorire nuovi mostri.

In ogni modo, dalla lettura del libro della Rossanda a me sembra si possano ricavare le seguenti informazioni sul suo modo di pensare e di sentire:

  1. Tra il valore della giustizia sociale e quello della libertà, lei dà la precedenza al primo.
  2. Gli occhiali dell'ideologia la costringono ad interpretare in modo palesemente errato molti fatti.

La prima caratteristica non è sua personale, ma contraddistingue il marxismo-leninismo in generale. Infatti è proprio in base a questa diversa sensibilità che i comunisti italiani si separarono dai socialisti al congresso di Livorno nel 1921: prima di tutto la giustizia sociale, che si ottiene abolendo con la rivoluzione (violenta o "gramsciana" che sia) la proprietà privata dei mezzi di produzione e instaurando la dittatura del proletariato. La libertà verrà dopo, proiettata in un futuro lontano, mitico e indefinito. A questo punto, una volta fatta la scelta suddetta, quelli che sentivano il bisogno di coniugare la giustizia sociale con la libertà venivano bollati come "socialdemocratici", che era il peggiore degli insulti. Ed era facile coprire di disprezzo le libertà democratiche, bastava definirle "finte libertà borghesi".

Ma io voglio parlare della Rossanda quindi prenderò in esame la caratteristica n. 1 riferendola a lei in modo specifico e cercando di dimostrare che le appartiene. Se la mia ipotesi fosse sbagliata, infatti, non si spiegherebbe più il motivo per il quale lei - così brava e precisa nel penetrare e descrivere anche l'aspetto intimo delle persone e dei fatti - all'improvviso diventi vaga, sbrigativa e perfino reticente quando parla della vicenda di Elio Vittorini. Tanto che il lettore non capirebbe niente se non sapesse già di cosa lei sta parlando. Guardate come se la cava con poco:

.... Vittorini.... fece il "Il Politecnico". E ci fu il primo scontro che a me parve non tanto fra un partito praticista e l'intellettuale illuminato ma fra due idee non solo della cultura ma della politica, Milano e Roma. Noi eravamo convinti che coincidessero comunismo e modernità.... a Roma.... che coincidessero comunismo e formazione nazionale.... Del resto Milano si fece da parte.... abbastanza gentilmente, si ritirò Vittorini inseguito da una cattiva cantilena di Togliatti.... Roma non capiva, ci dicevamo; nell'intellettualità del nord sopravvisse a lungo l'idea.... che bisognava pur stare al ritardo del mezzogiorno. (Pagg.112 e 113).

Tutto qui. Lei si limita a dire: "Milano si fece da parte.... gentilmente, si ritirò Vittorini ". Incredibile! A voler accettare il modo in cui lei presenta la vicenda, sembrerebbe solo una questione di chi - tra Milano e Roma - era più o meno moderno, oppure capiva di più o di meno. Insomma, la solita, banale questione di campanile tra il Nord progredito e il Centro-Sud retrogrado. Invece nella sorte toccata a Vittorini c'era molto, molto di più. C'era la dimostrazione che i comunisti, sentendosi impegnati nella guerra manichea tra BUONI e CATTIVI, erano disposti a sacrificare la libertà di espressione sull'altare della lotta per far trionfare i BUONI. Posso capire che la Rossanda accettasse quel sacrificio quando era immersa nel fragore della battaglia, ma adesso? Possibile che nella sorte toccata a Vittorini non veda nemmeno adesso l'anticipazione e il preavviso del trattamento che il PCI avrebbe riservato a lei e ai suoi compagni del Manifesto quando li espulse dal partito nel 1969?

Per chi non fosse al corrente del fatto, eccone un brevissimo riassunto: "Il Politecnico" era una rivista politico-letteraria del PCI, pubblicata a Milano dal 1945 al 1947 sotto la direzione di E. Vittorini. Proponeva un rinnovamento della vita culturale italiana, affrontando, fra l'altro, il problema fondamentale dei rapporti tra libertà dell'intellettuale e militanza politica. La rivista fu costretta a chiudere perché il partito disapprovava la linea editoriale scelta dal direttore, troppo aperta ai valori dell'occidente, e pretendeva che la CULTURA fosse subordinata alla POLITICA, come imponevano le direttive emanate da Zdanov (vedi sotto). Vittorini qualche anno dopo abbandonò il PCI e Togliatti lo salutò con un articolo ironico e derisorio che recitava "Vittorini se n'é ghiuto e soli ci ha lasciato": La rozzezza di questo articolo lascia stupefatti. Ma la Rossanda si limita a dire che era una "cattiva cantilena". Possibile che l'episodio le suggerisca soltanto un commento così superficiale e centrato sul solo aspetto estetico? Eppure, quando vuole sa essere molto penetrante e attenta anche alle minime sfumature!

Il PCI accolse e fece proprie le tesi di Zdanov sull'arte e sulla letteratura. Zdanov (presidente del Soviet supremo dell'URSS) fu intransigente nell'imporre a tutti i partiti comunisti la linea fissata dal partito comunista dell'Unione Sovietica in tutti i settori dell'attività culturale, dalla filosofia alla letteratura, dalla musica all'arte, alla cinematografia, ecc.

Passiamo ora alla caratteristica n. 2. A pagina 108 la Rossanda scrive:

.... NON CI FU L'ATTESA DI UNA RIVOLUZIONE IMMINENTE.... Eravamo visibilmente.... occupati dagli americani.... Ai quali avremmo dovuto consegnare le armi, cosa che avvenne limitatamente; MOLTE FURONO INTERRATE IN PERIFERIA.

Se non c'era l'attesa di una rivoluzione, quelle molte armi venivano forse interrate per concimare i campi? Oppure il significato della frase va cercato nell'aggettivo "imminente", nel senso che aspettavano la rivoluzione, ma non per il futuro immediato? Qui la Rossanda si dimostra maestra nell'arte di dire e disdire contemporaneamente senza preoccuparsi delle contraddizioni. Un altro esempio di questo comportamento possiamo trovarlo a pagina 127 dove possiamo leggere:

In realtà il PCI.... fu una forza democratica vera, ANCHE SE SO CHE IN MERITO CI SAREBBE DA DISCUTERE.

Ma insomma, era democratico o non lo era? In realtà, su questo punto non ci sarebbe proprio niente da discutere, tanto è vero che lei stessa, riferendosi al PCI, a pagina 323 riconosce esplicitamente che:

.... un partito che allora.... era.... retto da un inflessibile centralismo, per cui gli organismi superiori decidevano che cosa filtrare in quelli inferiori.

La Rossanda è anche bravissima nell'evitare di prendere una posizione chiara nei confronti delle questioni basilari ma spinose. In questo caso si serve del comodo espediente di presentare i problemi sotto forma di domande alla quali, peraltro, si guarda bene dal rispondere. Ma io ho acquistato il suo libro principalmente per avere da lei le risposte a quelle domande! Con questo abile stratagemma lei mira a proporsi come una persona che non sfugge le questioni scomode, ma in realtà è proprio quello che fa.

Un altro esempio che comprova il possesso da parte sua della caratteristica n. 2 è questo: a pagina 117 non esita a definire così il lavoro che nelle sezioni del PCI veniva svolto sulle masse operaie: "un'immensa ACCULTURAZIONE" . Poi, però, nella pagina successiva scrive:

.... Seguiva il dibattito. Non era mai un gran dibattito. Quando uno prendeva la parola per contestare.... dal tavolo del relatore SAETTAVA un riflesso di difesa della linea (quella decisa dagli organi centrali del partito, nota mia): tutto ma non dividere.... (il maiuscolo è mio)

Il verbo "saettare" esprime bene l'automatismo fulmineo tipico del riflesso condizionato. Nelle sezioni del PCI si poteva discutere, certo, ma era una discussione di tipo molto particolare in quanto era subordinata tassativamente alla condizione che tutti, alla fine, fossero d'accordo nell'approvare ogni decisione presa dal vertice del partito. Alla faccia della discussione!!! Questo obbligo, del resto, era fissato addirittura nello statuto del partito che recitava testualmente: "Il partito comunista.... regola la sua vita interna secondo il metodo del centralismo democratico" ("Statuto del Partito comunista italiano", Roma 1957, pag. 12).

Allora, a questo punto le domande che sorgono spontanee sono simili a quella che ho già posto a proposito della prima caratteristica: "Possibile mai che la Rossanda non si rendesse conto allora, e soprattutto che non si renda conto nemmeno adesso che non si trattava di ACCULTURAZIONE, ma di una sistematica opera di CONDIZIONAMENTO e di INDOTTRINAMENTO? Come può esserci ACCULTURAZIONE quando agli iscritti non resta altra scelta che approvare quello che ha già deciso il VERTICE del partito oppure essere espulsi e coperti di insulti infamanti? Vedi per esempio il caso di Cucchi e Magnani che vennero espulsi dal partito nel 1951 perché in disaccordo con la linea politica decisa dalla Direzione centrale. Togliatti li definì “due pidocchi nella criniera di un nobile animale”. A voler essere più precisi, i due si dimisero dal partito perché in disaccordo con la politica decisa dagli organi centrali, ma le loro dimissioni furono respinte per poi poterli colpire con l'onta dell'espulsione dal partito.

Può essere definito ACCULTURAZIONE costringere gli uomini, in nome del centralismo democratico, ad approvare quello che disapprovano? A me sembrano domande retoriche. In realtà si trattava di un allenamento sistematico a mancare di rispetto verso se stessi in nome della disciplina di partito. Per quanto mi riguarda, inoltre, ricordo perfettamente le tante discussioni che a quel tempo avevo con questi uomini che secondo la Rossanda sarebbero stati ACCULTURATI dal partito comunista. Erano animati da una fede incrollabile, erano anche disposti a lottare disinteressatamente e a sacrificarsi per il loro ideale. E fin qui tanto di cappello. Ma erano anche totalmente fanatizzati e, in quanto tali, impermeabili a qualsiasi argomentazione logica, sempre pronti a sostenere acriticamente qualunque linea politica fosse stata decisa dal VERTICE del partito, anche quando ai loro occhi non poteva non apparire contro-natura come quella che approvò l'accordo stipulato da Stalin con Hitler nell'agosto del 1939. I pochi che avevano il coraggio di dissentire apertamente, nel migliore dei casi venivano emarginati (fu la sorte toccata a Gramsci mentre era in carcere). Mi dispiace per la Rossanda, ma quegli uomini erano allenati ad arrampicarsi sugli specchi e a compiere i funambolismi dialettici più incredibili pur di negare ogni evidenza scomoda. Perciò erano tutto tranne che ACCULTURATI.

Ma proseguiamo con la storia della Rossanda. Nel 1947 lei lascia la casa editrice Hoepli e passa a lavorare a tempo pieno per il PCI. Le affidano l'incarico di dare una mano ad organizzare l'Associazione per i rapporti culturali fra l'Italia e l'Unione Sovietica. Sarebbe stata una posizione perfetta per verificare le reali condizioni di quello che veniva presentato come il paradiso dei lavoratori, ma lei non approfitta di questa opportunità, il suo interesse va in tutt'altra direzione. Infatti inizia il racconto di quel suo lavoro dicendo che la posizione dell'Unione Sovietica era "sulla difensiva". Il che implica che secondo lei gli occidentali cioè "i cattivi padroni del mondo" erano all'attacco. In questo modo predispone il lettore alla simpatia verso l'Unione Sovietica in quanto presentata come "vittima". E lo predispone anche ad assolvere gli eventuali "errori" commessi dallUnione Sovietica nel difendersi perché, si sa, quando ti difendi non puoi andare tanto per il sottile. Si tratta di un piccolo dettaglio, d'accordo, ma è indicativo dell'atteggiamento che allora lei aveva nei confronti dell'URSS. Ho però l'impressione che quell'atteggiamento di benevola comprensione lei lo abbia anche adesso, visto che continua ad usare l'espressione "sulla difensiva" per indicare la posizione dell'Unione Sovietica di allora.

Poi ci racconta che dall'URSS non arrivava niente del materiale culturale che loro della Associazione chiedevano e niente di quello che spedivano veniva dato per ricevuto. Ma nessuno se ne scandalizzava:

.... venivano dall'URSS notizie sulla vastità delle distruzioni e dei morti che inducevano più al silenzio che all'impazienza. L'URSS era.... anche Stalingrado, E MOLTI RISERVARONO IL GIUDIZIO

Alla fine si rese conto che faceva propaganda e non rapporti culturali. Però la cosa non la scandalizzò, la infastidì soltanto. Parafrasando, si potrebbe dire che non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere. A ulteriore conferma della sua voluta cecità, ecco cosa scrive a pagina 125: "Neppure mi sarei accorta dello SCIOPERO tedesco del 1953". Si riferisce alla rivolta popolare che il 17 giugno di quell'anno scoppiò contro il regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca. Ci furono dimostrazioni, disordini, liberazione di detenuti politici. Le truppe sovietiche soffocarono l'insurrezione con arresti in massa, corte marziale e fucilazioni. Tutto questo pandemonio lei si limita a definirlo semplicemente "sciopero". Capito? Ma, anche a volerlo definire soltanto "sciopero", come mai uno sciopero passò inosservato ad una come lei, sempre pronta a schierarsi dalla parte dei lavoratori e a sostenere le loro lotte? Il ricordo del suo fatidico incontro con l'operaio sul tram che fine aveva fatto?

Nel novembre del 1949 fa un viaggio in URSS. Quarant'anni dopo, una signora che aveva passato nei campi di concentramento sovietici metà della sua vita le chiede perché con quel viaggio fosse andata ad aiutare Stalin. Lei rimane sbalordita dalla domanda e si sente come una cavalletta accusata di avere aiutato un elefante. Strano modo di ragionare, come se la sproporzione nelle dimensioni escludesse la sua responsabilità, sia pure per la quota parte. In ogni modo, lei dice che non sapeva niente di Stalin. Anche a voler accettare questa spiegazione come valida nel 1949, essa non lo è più quando è riferita agli anni successivi. Tanto è vero che lei stessa ammette a pagina 127: Da allora in poi ogni volta che si andò a un voto sperammo che all'est non ne succedesse una. Quindi sapevano! Però "l'Unità" continuava a presentare quello che accadeva nei paesi dell'Europa dell'Est come manovre oscure e provocatorie dei nemici della rivoluzione sovietica. Poche pagine dopo, tuttavia, scrive: "E non so che cosa avrei fatto SE AVESSI SAPUTO SUL SERIO". Ma allora, sapeva o non sapeva? Esprimendo questo dubbio, inoltre, ci fa capire che non esclude la possibilità che avrebbe potuto continuare ad difendere l'URSS pur sapendo delle atrocità compiute da Stalin.

Potrei continuare ancora per molto a mettere in evidenza le ambiguità, le ammissioni di responsabilità fatte ma subito dopo negate, le attenuanti distribuite a piene mani, le domande poste ma lasciate senza risposta, le reticenze, le contraddizioni, le interpretazioni e le spiegazioni che non convincono. Ma non lo faccio perché l'elenco finirebbe per risultare noioso. Credo di poter concludere dicendo che si può ricavare un certo piacere dalla lettura del libro soltanto se si è interessati alla parte del diario della Rossanda che si riferisce alla sua vita "privata". Ma se si è alla ricerca di una spiegazione del perché lei è ancora comunista oggi, si resterà delusi come sono rimasto deluso io. Meglio dedicarsi, allora, alla lettura dei libri che spiegano come le utopie rendono cieche le persone che se ne lasciano catturare.

Per quello che può valere, mi sono fatto un'idea personale dei motivi profondi e inconsci che spingono molte persone a cadere nelle spire soffocanti dell'utopia:

non avendo preso contatto con la propria parte CATTIVA (Jung direbbe con la parte negativa della propria "ombra"), prima la proiettano nel mondo esterno dove diventa il MALE ASSOLUTO, poi si identificano nella sua parte di segno opposto, cioè in quella totalmente BUONA rappresentata dal nobile cavaliere senza macchia e senza paura che combatte per far scomparire dal mondo il male, l'egoismo, l'oppressione, lo sfruttamento, il privilegio, ecc.

È da questo processo psichico che scaturiscono le caratteristiche che contraddistinguono l'utopista. Ne elenco alcune che mi sembrano le più importanti, ma sicuramente ce ne sono anche altre:

 
L'utopista non può modificare le proprie vedute e non può rinunciare a lottare per esse perché, se lo facesse, scatterebbe subito l'angoscia in quanto si romperebbe il delicatissimo equilibrio tra pulsioni e compensazioni inconsce che gli permette di tirare avanti nella vita. Lo so, con queste mie idee non riuscirò a convince gli utopisti.... pazienza!   :-)

Ho parlato di questo libro sforzandomi di essere il più possibile obiettivo e imparziale, soprattutto cercando di capire i motivi per i quali la Rossanda dice di essere ancora comunista. Credo di averlo capito sul piano psicologico cioè quello che è proprio degli utopisti. Sul piano razionale della esposizione argomentata, invece, da un'intellettuale amante dei libri e della cultura come lei dichiara di essere mi sarei aspettato di più, molto di più.

 

PS - Detto di passaggio, la canzone di Giorgio Gaber "Qualcuno era...." - nella parte dedicata ai comunisti - spiega meglio di qualsiasi ponderoso trattato storico-sociologico i motivi per i quali si era comunisti prima del 1989. Già, ma oggi? Possono bastare, oggi, quelle motivazioni sentimentali per essere ancora comunisti? In modo particolare, possono bastare ad un'intellettuale quale si vanta di essere la Rossanda?

 

 

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