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Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario

Giordano Bruno Guerri

Mondadori - 2009


Dopo la stupenda recensione di questo libro da parte di Mario Bernardi Guardi - pubblicata sul Secolo d'Italia del 13 febbraio 2009 - verrebbe voglia di non aggiungere niente, ma mi ero ripromesso di scrivere qualcosa subito dopo avere letto il libro, giusto il riassunto preparato per mio uso personale e qualche altra riflessione aggiuntiva. Intanto dico subito che ho letto il libro tutto di un fiato, cosa che mi capita di rado perché di solito preferisco portare avanti diverse letture contemporaneamente.


Giordano Bruno Guerri minimizza la portata dell'incoerenza di Marinetti scrivendo: "I rivoluzionari raramente si sentono vincolati, nella vita privata, alle proprie teorie". A me sembra che l'aspetto importante della questione non consista tanto nella condanna moralistica dell'incoerenza di Marinetti quanto nel fatto che essa fa sorgere il legittimo sospetto che molte delle teorie di Marinetti fossero INAPPLICABILI nella vita reale. In altre parole, se neanche il creatore di quelle teorie è riuscito a metterle in pratica, allora è molto probabile che quelle teorie fossero "sballate". I romani hanno un detto popolare che esprime bene il concetto: "Le chiacchiere stanno a zero". Per chi non conosce il romanesco: "Le chiacchiere valgono zero". Anche per me i comportamenti concreti che mettiamo in atto valgono molto più delle teorie che sosteniamo a parole.

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Contrapposizione Apollo-Dioniso: seguire questo link

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Se avessi avuto vent’anni al tempo del futurismo molto probabilmente sarei stato futurista. Con la mentalità che ho sviluppato in seguito maturando, invece, quasi tutto mi mette in contrasto con la filosofia della vita propagandata da Marinetti. Io sono per la misura, per l’equilibrio, per riconoscere spazio sia al cambiamento che alla conservazione perché non credo che il buono e l’utile siano concentrati in uno solo dei due campi. Sono convinto che leccesso sfocia sempre in qualche catastrofe. Può sembrare la filosofia comoda dei moderati cioè di chi rifiuta lo scontro e la lotta, ma non è così. Al contrario, chi adotta questo atteggiamento viene a trovarsi in lotta praticamente con tutti.

In ogni modo, adesso voglio anch’io compiere il mio bravo atto eroico: “Abbasso i panciotti di Depero, erano orribili!”  :-)))

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Non sempre, ma spesso l’utopista è violento perché il modello che propone gli sembra così perfetto e necessario da fargli sembrare accettabile il pagamento di qualunque prezzo - quindi anche quello della violenza - pur di trasferirlo dal piano del progetto a quello della realtà.

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Nella biografia di Marinetti scritta da GBG mi sembra che manchi la terza dimensione, quella che si sviluppa “dietro le quinte”, l'unica che permetta di restituire l’intero spessore di un personaggio. Ma di questo non si può fare carico all’autore perché spesso non esistono documenti o testimonianze che si riferiscano a questo tipo di materiale. Per fare un esempio, qui sotto riporto tre citazioni che si riferiscono a Mussolini. Mettendole a confronto, per contrasto possiamo percepire meglio la componente nascosta del dittatore. Capita molto di frequente che il comportamento visibile di una persona sia il risultato di una reazione a qualcosa che non è sotto gli occhi di tutti. Ma veniamo alle tre citazioni:


Marco Innocenti, in un articolo sul “Sole 24 Ore” del 14 marzo 2008, ricorda così la visita che Mussolini fece in Libia nel 18 marzo 1937:

"Alle porte di Tripoli, il giorno 20, il momento più solenne. Nell’oasi di Bugara il duce appare a cavallo dalla sommità di una duna, è accolto dal triplice grido di guerra dei combattenti musulmani, si erge sulle staffe del suo cavallo bianco (bianco?), alza al cielo la spada con l’elsa in oro massiccio che il capo del contingente berbero gli ha appena consegnato e si proclama “protettore dell’Islam”. Intorno echeggiano le salve di cannone; dietro di lui è schierata una colonna di 2.600 cavalieri, con i quali entrerà a Tripoli. Il colpo d’occhio è suggestivo….”.

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Quell’uomo lì - il DUCE, come si scriveva allora - dalla posa statuaria, marziale ed eroica era lo stesso uomo che la figlia Edda, nel suo libro "La mia testimonianza", ci descrive in questo modo:

Sotto questo aspetto non so quale dei due, se mio padre o mio marito, fosse più apprensivo. Mio padre, ad esempio, non sopportava di sentire qualcuno tossire, perché vedeva subito i microbi diffondersi in ogni angolo della casa. Quando si ammalava, ci proibiva severamente di oltrepassare la soglia della camera per timore di contagiarci…… si irrigidiva tanto, quando doveva farsi fare una puntura, che l’ago si spezzava non appena glielo piantavano nel braccio o nella gamba. Perfino per fargli prendere una medicina occorreva un vero e proprio cerimoniale. Rammento un episodio che è rimasto celebre negli annali della famiglia….. papà doveva sottoporsi a non so quale cura a base di sciroppi. Allora la nonna, la mamma ed io dovevamo prestarci a una vera e propria pantomima. La mamma riempiva il cucchiaio e lo porgeva a mio padre, poi tutte e tre dovevamo tenere la bocca aperta e fare “Ahhh!”, mentre mio padre, che aveva spalancato a sua volta la bocca, inghiottiva la medicina. Ed eravamo costrette a non muoverci finché lui non l’avesse ingoiata tutta”.


La nipote di Mussolini, Rachele jr, figlia di Romano Mussolini, riferendosi alla nonna Rachele e alla nascita di Edda, nel suo memoriale scrive quanto segue:

...... mia nonna diceva con la sua pungente ironia romagnola: "Il Duce.... volle a tutti i costi assistere alla nascita di Edda, ..... ma non sentì il suo primo vagito perché era svenuto per l’emozione".


Sempre a proposito del "dietro le quinte" dei grandi uomini, mi viene in mente un episodio raccontato da Pietro Nenni e che si riferisce a se stesso. Cito a memoria poiché non ricordo la fonte esatta. Nenni stava guidando la macchina lungo una strada di campagna quando ad un incrocio vide un uomo ferito in un incidente d'auto, ma aveva talmente paura del sangue che proseguì senza fermarsi fino al successivo paese dove riferì dell'incidente in modo da far partire i soccorsi. Ecco: dietro il rivoluzionario barricadiero che voleva abbattere il sistema capitalistico con la violenza (almeno negli anni della sua gioventù) c'era un uomo che era terrorizzato dal pochissimo sangue di un incidente stradale!

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Secondo GBG, non è vero che Marinetti disprezzasse le donne, disprezzava solo quelle sdolcinatamente romantiche e conformiste. Per le donne, anzi, voleva la parità con gli uomini. Confesso che questa presentazione di Marinetti mi è sembrata subito poco convincente perché poco in sintonia con troppi aspetti della sua personalità, in particolare con il culto e con l'esaltazione della CONQUISTA, della potenza, del DOMINIO. Uno dei motivi per i quali mi sono proposto di leggere la biografia di Marinetti è stato appunto questo cioè andare a verificare se la mia perplessità avesse un fondamento. Adesso che ho letto e riletto il libro, mi sembra di poter dire che Marinetti voleva, sì, una donna alla pari con l’uomo, ma si trattava di una DONNA-UOMO, VIRILIZZATA a tal punto da poter essere spronata ad andare a combattere in trincea. Non a caso, uno dei modelli proposti dai futuristi era Giovanna d’Arco.

A conferma del mio punto di vista, del resto, basterebbe guardare una foto contenuta nel libro, quella scattata da una ritrattista ungherese in cui si vedono Marinetti e la moglie Benedetta. Guardatela e confrontate gli sguardi e l’atteggiamento di ognuno dei due: lei gli rivolge uno sguardo dal basso verso l’alto con espressione adorante-rapita-ammirata-estasiata, perfino intimidita e con una punta di soggezione, la mano desiderosa di stabilire il contatto fisico. E lui invece distaccato, lontano, freddo, con il cipiglio severo di chi non può permettersi di concedere troppa confidenza perché gravato dalla responsabilità del comando e si limita pertanto ad accettare il doveroso tributo di ammirazione. Sbaglierò, ma a me non sembra una coppia in cui il rapporto fosse alla pari.

A Marinetti non mancavano di sicuro le parole necessarie per esprimere senza ambiguità quello che pensava. Il punto 9 del Manifesto del futurismo è esplicito: “Noi vogliamo glorificare…. il disprezzo della donna” e non aggiunge altro per specificare meglio. Ancora più esplicito è quello che scrive nel libro “Come si seducono le donne”:


Mi sembra difficile liquidare il tutto definendolo semplice provocazione o desiderio di scandalizzare i benpensanti.

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Eccesso di indulgenza per gli atteggiamenti problematici di Marinetti: l’ha già messo in evidenza Mario Bernardi Guardi, però lui l’ha fatto in modo molto sfumato, si è limitato a definire SIMPATIA il sentimento provato da GBG nei confronti di Marinetti. A me sembra molto di più. Capita a quasi tutti i biografi di innamorarsi della persona di cui raccontano la vita. Questo li induce a cercare alibi ed attenuanti di ogni genere per il personaggio di cui si occupano. Un esempio: Marinetti è troppo infatuato per la guerra, per la violenza e per la ferocia? Il biografo onesto non lo nega, ma aggiunge subito dopo che dobbiamo calarlo nel contesto della sua epoca, non possiamo applicare a lui i criteri di valutazione che usiamo noi oggi!

Io mi chiedo: “E perché non possiamo?”. Se lo apprezziamo quando fustiga la mentalità e la cultura del suo tempo, poi non possiamo addurre come attenuante per lui quella stessa mentalità e quella stessa cultura. Gli riusciva benissimo sferzare a sangue il bigottismo, l'ipocrisia, il romanticismo sdolcinato, l'inerzia, il conformismo della società in cui viveva. Non vedo per quale motivo non avrebbe potuto fare lo stesso per la guerra, per la violenza, per la ferocia di cui era impregnato lo spirito del tempo.

Con le parole non vale la regola matematica secondo la quale cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. Cambiando l’ordine delle parole cambia molto. Una donna brutta e intelligente può essere presentata in due modi molto diversi. Si può dire: “È brutta, ma intelligente”. In questo caso l’attenzione viene concentrata sulla caratteristica di pregio posseduta dalla donna, la sua bruttezza quasi scompare in quanto confinata sullo sfondo. Invece si può dire: “È intelligente, ma brutta” e allora il giudizio che dà l’impronta a tutta la frase è quello negativo.

In modo analogo, c’è molta differenza tra il dire: “Marinetti era un violento e un fascista, MA ERA UN GENIO” e il dire: “Marinetti era un genio, MA ERA UN VIOLENTO ED UN FASCISTA”. Ecco, credo che GBG sarebbe più propenso ad usare la prima espressione, mentre io non esito ad usare la seconda perché non riesco assolutamente a condividere la frase con la quale Marinetti concluse un suo articolo: “La parola PATRIA deve dominare sulla parola LIBERTÀ”. Secondo me, si tratta di un errore drammatico e terribile in quanto gravido di conseguenze nefaste. Non esito a definirlo la porta che conduce all'inferno perché rappresenta la premessa accettata la quale tutto il resto scaturisce come conseguenza quasi necessaria.

Nel 1921 un errore analogo venne compiuto da una parte dei socialisti italiani quando, al congresso di Livorno, uscirono dal partito per fondarne uno nuovo (il Partito Comunista d’Italia) la cui ideologia si sviluppava interamente a partire da una convinzione identica - per le implicazioni e le conseguenze - a quella espressa da Marinetti: “La parola GIUSTIZIA deve dominare sulla parola LIBERTÀ”. Sappiamo come è andata a finire e sappiamo anche come è andato a finire il regime fascista.

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