Islam

PASSATO, PRESENTE E FUTURO

Hans Küng

Rizzoli - 2005



Da un po’ di tempo mi proponevo di leggere la trilogia di Hans Küng sulle religioni abramitiche, Ebraismo”, “Cristianesimo”, “Islam”,  ma ogni volta rinviavo il proposito perché abbastanza impegnativo. Alla fine però mi sono deciso e, per ovvi motivo di cronaca attuale, ho cominciato la lettura a partire dal terzo volume.

Mi è capitato più volte di constatare quanto sia scomodo e sgradevole possedere un atteggiamento mentale portato a rifiutare le prese di posizione unilaterali e acritiche. Quando gli esseri umani si confrontano su un argomento qualsiasi, infatti, sono portati a schierarsi subito su posizioni semplicisticamente contrapposte secondo il noto concetto schmittiano “amico-nemico”. A quel punto, allora, non c’è più spazio per te se ti sforzi di considerare i pro e i contro di entrambe le posizioni. Il risultato inevitabile è che entrambi i contendenti ti considerano un nemico, uno che sta con gli “altri”. Lo dico perché io mi sento a metà strada tra chi ammira Küng e chi lo critica. 

Küng descrive molto bene il meccanismo psicologico rappresentato dalle categorie “amico-nemico”. Dimentica solo di aggiungere, tra i vantaggi psichici che procura, la possibilità di evitare la sofferenza mentale prodotta dal dubbio che a sua volta produce insicurezza. Peccato però che l’autore non si renda conto che anche lui è palesemente vittima di questo stesso meccanismo psicologico e delle semplificazioni rozze che esso induce a compiere, per non parlare delle vere e proprie distorsioni della realtà percepita.

Per essere più preciso, Küng considera nemico chi non crede nella coppia di concetti che io definirei “amico-amico” in cui lui invece crede in modo totale e fanatico. Sembra un gioco di parole, invece contiene un concetto importante: chi vuole il dialogo “a ogni costo” è altrettanto unilaterale e pericoloso di chi rifiuta a priori il dialogo. È pericoloso perché è portato a chiudere gli occhi di fronte ad aspetti della realtà che altrimenti sarebbero evidenti. Voglio dire che, oltre ai fanatici dello scontro con l’Islam, esistono anche i fanatici del dialogo che commettono l'errore di scambiare per realtà quelli che invece sono soltanto i loro desideri, le loro speranze, i loro auspici.

A volte mi capita di chiedermi se il possesso di una sterminata erudizione sia sempre sinonimo di possesso di una vera cultura. La risposta che trovo a questa domanda è NO perché spesso l’erudizione copre e nasconde una faziosità effettiva oppure idee che sono semplicemente confuse. Infatti non basta affastellare nozioni se poi le elabori in modo non adeguato, per esempio falsificando i dati o interpretandoli faziosamente. A sostegno di questa mia convinzione potrei portare un lungo elenco di nomi illustri, ma lascio al lettore il compito di stilare quello suo, personale. Anche perché, se lo facessi, mi distoglierei dall’argomento che mi interessa di più.

Tornando a Küng, dunque, ho cominciato a leggere il libro aspettandomi che rispettasse il titolo “Islam, passato presente e futuro”. Invece mi sono trovato subito, fin dalle prime pagine, sommerso da una inaspettata e accesa polemica diretta contro Bush, l’apparato militare-industriale degli Stati Uniti e contro la loro voglia di dominare e imporre agli altri popoli la “american way of life”. A quel punto ho capito di avere davanti un libro di propaganda, infarcita di nozioni erudite ma propaganda, al servizio di intenzioni nobilissime ed elevate ma propaganda. La conferma definitiva di questa mia sensazione è venuta quando sono arrivato a  pagina 785 dove Küng è stato capace di scrivere:

”… il Corano assegna lo stesso status all’uomo e alla donna”.

Allora ho pensato che chi scrive una falsità come questa può essere erudito fin che si vuole, ma non è né credibile né attendibile. Per lo meno non lo è fino in fondo perché non tiene conto che il Corano dice esplicitamente l'esatto contrario di quanto afferma Küng e lo dice addirittura più volte: la testimonianza di una donna, infatti, vale la metà di quella di un uomo (Corano, II, 282) e nella spartizione di una eredità le spetta solo la metà di quanto spetta al maschio (Corano, IV, 11, 176). Ci sarebbero da fare anche altre citazioni circa il trattamento riservato alle donne nel Corano, ma penso che queste bastino e avanzino.

Küng appartiene al folto gruppo di persone che, volendo il dialogo a tutti costi, hanno bisogno di liquidare il problema del terrorismo islamico attribuendolo solo a un manipolo di fanatici che non hanno niente a che fare con la religione e se ne servono solo per soddisfare la loro smania di potere.

Queste persone però sembrano ignorare che nell’Islam, come in tutte le teocrazie, alla politica è assegnato un ruolo strumentale rispetto alla religione in quanto è chiamata a realizzare concretamente i dettami che provengono da Dio. Il che significa che in quelle società si verifica esattamente il contrario di quello che pensano queste persone (anche molto autorevoli). Nelle teocrazie, conviene ripeterlo, è la religione a servirsi della politica, non il contrario! E lo fa istituzionalmente, per definizione, non come prevaricazione o deviazione. Per convincersene basterebbe ricordare che i primi califfi, lungi dall'avere un ruolo soltanto politico, parteciparono attivamente alla stesura del canone del Corano. Il fatto che poi, nella vita concreta, ci sia qualcuno che strumentalizza la religione non modifica assolutamente il rapporto suddetto.

È facile capire perché queste persone, anche autorevoli, hanno bisogno di pensarla in questo modo: perché altrimenti sarebbero costrette a cercare all’interno della religione la radice della violenza. Origine del resto dimostrata dalla storia con una serie sterminata di esempi concreti e senza distinzione tra una religione e l’altra.

Personalmente non amo i guerrafondai che aspirano solo allo scontro violento e fisico, ma diffido anche di chi si ostina a cercare il dialogo a tutti i costi con chi invece lo rifiuta a priori perché ti considera un “infedele”. A questo proposito sarebbe bene ricordare che un libro del Corano che è stato toccato da una persona che non è musulmana deve essere bruciato. Sì, bruciato! Allora è quantomeno lecito dubitare che sia possibile dialogare con chi ha convinzioni come questa.

Il punto essenziale non è, come crede Küng, la presenza nel mondo islamico di personalità “illuminate” desiderose di dialogare con la cultura dell’occidente e di modernizzare l’Islam. Il punto essenziale non è quello perché:

  • Quelle persone ci sono, è vero, ma oggi qual è il loro numero e soprattutto il loro peso effettivo nella società? 
  • Se il numero di quelle persone resta incredibilmente basso, è ragionevole attribuirne la responsabilità allo scarso supporto offerto da noi occidentali?
  • È solo per un caso che molti di questi intellettuali illuminati siano stati costretti a fuggire dal loro paese e a vivere qui da noi?
  • Possiamo permetterci di aspettare per secoli che nel mondo islamico metta radici e si affermi l’equivalente del nostro Rinascimento-Illuminismo?
  • E se nel frattempo fosse invece proprio l’Islam a soverchiare l’Occidente usando l'incruenta ma potentissima arma della prolificità?
  • Per far scomparire questo pericolo può essere sufficiente definire banale l’equazione Islam = prolificità, come fa Küng a pagina 781?
  • Come potrà la democrazia diventare compatibile con l’Islam se essa significa, come significa, governo degli uomini e l’Islam invece, già nel nome, sottomissione assoluta degli uomini a Dio(A questo proposito di questo concetto, vedere qui in fondo la postilla numero sei)
  • Chi vuole il dialogo con i musulmani mostra di non rendersi conto di una questione centrale: per poter dialogare ed eventualmente modificare le sue convinzioni, un musulmano dovrebbe rinunciare a credere in quella che per lui è la verità fondamentale dalla quale deriva tutto il resto cioè che il Corano contiene le volontà di Dio trasmesse direttamente al profeta Maometto, pertanto non può essere modificato. Ha poca importanza che nell'Islam qualcuno abbia tentato di modificare questa convinzione. Ha importanza solo andare a vedere che fine abbiano fatto queste persone. In ogni modo e in via del tutto ipotetica, proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se queste persone riuscissero a far prevalere il loro punto di vista. Verrebbero accusate di essere blasfeme, di avere tradito il contenuto nel Corano. E sarebbe anche vero! Questo è il dramma, questo il punto essenziale. Ecco dunque dimostrato che il problema non scaturisce dalla sete di potere degli uomini (come credono personaggi anche autorevoli), ma dall'essenza stessa di questa religione.
  • Al di fuori del fiume di parole che di solito vengono usate per bypassare questo elementare dato di fatto, è evidente che un musulmano che rinuncia a  credere nella sacralità-immodificabilità del Corano "increato" rinuncia in pratica ad essere musulmano. Allora è lecito chiedersi: "Quanti vorranno o saranno capaci di farlo?". Su questo punto i cristiani sono stati più "furbi" in quanto si sono limitati a sostenere che i loro libri sacri sono ispirati da Dio (quindi non trasmessi direttamente!) perciò non è blasfemo discutere o dissentire sul loro contenuto e sul loro significato. Tanto è vero che lo hanno fatto e continuano a farlo abbondantemente senza risparmiarsi.
  • In occidente la democrazia è diventata compatibile con la religione, è vero, ma in quanto tempo, con quante lotte, con quanta violenza, con quanto sangue versato?
  • Il rifiuto delle teorie belliciste può spingersi fino al rifiuto delle armi? Ma non sappiamo forse tutti che papa Bergoglio riuscì a inaugurare l’Anno Santo in Africa solo perché protetto da una vera e propria foresta di armi? Tanto per fare un esempio concreto, senza tanta filosofia morale.

Per chiudere, da uno studioso come Küng mi sarei aspettato una qualità argomentativa leggermente più sofisticata di quella contenuta in questo esempio in cui lui si propone di contestare quanto detto da Samuel Huntington (pagine 15 e 16):

".... Samuel Huntington dichiarò apertamente nel 1993: "I confini dell'islam sono macchiati di sangue". I confini del cristianesimo invece no?".

Strano modo di ragionare, quello di Küng. Come se il comportamento riprovevole dei cristiani facesse scomparire quello altrettanto riprovevole degli islamici. Ecco la conferma di quanto ho scritto sopra: anche chi possiede un'erudizione sterminata può fare ragionamenti "a pera", per usare un'espressione popolare e benevola.

In conclusione, è consigliabile leggere questo libro tenendo presente che l'autore è molto coinvolto dall'argomento che tratta. Voglio essere diplomatico.


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Postilla numero uno

Dicono che la notte porti consiglio. In questo caso è stato proprio così. La notte mi ha indotto a rispettare un dovere di correttezza e completezza. Ieri sera ho pubblicato le riflessioni riportate più sopra. Oggi mi chiedo per quale motivo Küng, oltre a scrivere quello che non mi è piaciuto e ho criticato, abbia anche messo in luce gli aspetti dell'islam che secondo lui andrebbero modificati per renderli compatibili con la modernità. L'unica risposta che sono riuscito a trovare è che abbia messo insieme ammirazione e critiche per non essere subito inserito dai musulmani nel gruppo dei nemici, cosa che li avrebbe costretti a rifiutare in blocco e preventivamente quanto lui ha scritto. E qui torniamo a Carl Schmitt.

Forse è stata questa sua intenzione a indurlo a usare gli argomenti grossolani che ho sottolineato ieri. Sono tutt'ora del parere che abbia esagerato, ma l'intenzione era certamente buona e lodevole. Una volta chiarito questo punto, restano comunque le domande di fondo:

  • Abbiamo a disposizione il tempo, necessariamente lungo, richiesto dai cambiamenti nell'Islam auspicati da Küng?
  • L'atteggiamento dialogante sarà sufficiente per disarmare quelli che, da entrambe la parti, smaniano di ricorrere alla forza bruta delle armi?
  • L'atteggiamento dialogante a oltranza e il desiderio di comprendere a tutti i costi le ragioni dell'altro non rischiano di farci perdere o attenuare la fiducia nelle nostre ragioni?
  • Gli "altri" che si contrappongono a "noi", nella realtà esistono davvero. Allora dobbiamo tenerne conto o possiamo illuderci che sia possibile trasformare l'intera umanità in una comunità di persone che si amano e si comprendono vicendevolmente? È naturale che Küng, in quanto sacerdote, abbia questo ideale nobilissimo, ma un laico che voglia rimanere con i piedi per terra non dovrebbe decidere le scelte da fare tenendo conto degli esseri umani per quello che sono realmente e non per quello che "dovrebbero" essere?  
  • Mentre io impiego il mio tempo e le mie energie per cercare il dialogo e sono tutto concentrato nel tentativo di ottenerlo, non c'è il rischio che nel frattempo qualcuno ne approfitti per introdursi in casa mia e dettarvi legge? In altre parole, è prudente lasciare che il desiderio di dialogare mi spinga fino al punto da rendermi imbelle e indifeso? Küng forse direbbe che io parto già con il piede sbagliato perché inizio il mio ragionamento dando per scontato che negli esseri umani esiste solo la volontà di potenza e di sopraffazione. Ma non è utopistico, ed anche pericoloso, credere che questa volontà possa essere contrastata solo con il dialogo? I profeti disarmati non hanno mai fatto una bella fine.

Per quanto mi riguarda voglio costringermi a sperare, ma si tratta di una violenza che uso contro me stesso.


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Postilla numero due

Questo mio scritto va avanti a forza di postille perciò consideratelo come un "lavori in corso". Più sopra ho scritto: "A quel punto ho capito di avere davanti un libro di propaganda". L'espressione è forte e nella sostanza anche sbagliata perché Küng non intendeva scrivere un libro di propaganda nel senso volgare del termine, voleva parlare dei punti critici dell'islam senza però che i musulmani pensassero che a farlo fosse un loro avversario dichiarato, malevolo e prevenuto. D'accordo, l'intenzione era buona e condivisibile però resto dell'opinione che avrebbe potuto raggiungere il suo scopo anche senza ricorre agli argomenti tipici della propaganda più vieta e grossolana. L'avevo già scritto ma adesso l'ho spiegato meglio. Allora il modo migliore per definire la motivazione principale che ha spinto Küng a scrivere questo libro è dire che non è uno storico nel vero senso della parola, ma piuttosto uno studioso che si serve della storia per dimostrare la correttezza di una sua convinzione molto forte. Ecco allora perché non si tira indietro quando si tratta di usare un certo tipo di argomentazioni che sono più tipiche della polemica spicciola che dello scrivere di storia. Ecco allora spiegato il suo continuo uso di interrogativi al posto di frasi che invece affermino positivamente un concetto. Più che a raccontare la storia, Küng è interessato a convincere un certo tipo di lettori perciò evita accuratamente di irritarli con critiche troppo esplicite e tutte le volte che può cerca di propiziarsene, se non proprio la simpatia, almeno la disponibilità ad ascoltarlo. 


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Postilla numero tre

Mi permetto di aggiungere una convinzione che potrà sembrare presuntuosa. Secondo me, l'intesa tra le religioni, se ci sarà, non scaturirà dal dialogo come crede Küng, ma dalla consapevolezza di dover contrastare - tutte, senza distinzione - un terribile e invisibile nemico comune cioè il processo di secolarizzazione il quale, senza colpo ferire e con il semplice trascorrere del tempo, nella mente delle persone va inesorabilmente sottraendo terreno alla convinzione che esista un al di là. E senza questa convinzione non può esistere nessuna religione. La consapevolezza di avere un nemico comune è infatti uno dei fattori più potenti che spingono gli esseri umani a unirsi.

A ben guardare dall'esterno, la forza più grande delle religioni - ancora una volta tutte, senza distinzione - cioè quella che ha permesso loro di affermarsi e diffondersi capillarmente nelle masse (il discorso sui santi è diverso), non viene dall'amore come abitualmente sentiamo ripetere, ma da quattro stati d'animo:

  1. La paura che con la morte finisca tutto e il conseguente bisogno di credere che esista un "al di là" nel quale ci saremo ancora e nel quale ci riuniremo con i nostri cari defunti.
  2. La speranza di ricevere un premio, una volta arrivati "là".
  3. Il timore di essere puniti se non abbiamo rispettato i comandamenti di Dio.
  4. Il bisogno di ricevere un aiuto potente che permetta di superare le disgrazie oppure di ottenere favori molto terreni.
Lo dico senza compiacermi di questo fatto oppure rammaricandomene. Mi limito a prenderne atto.


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Postilla numero quattro

Mi ha colpito una particolare tecnica argomentativa usata molto spesso da Küng. Se vuole dirti, per esempio, che ti considera un disonesto, non te lo dice apertamente e ricorre invece a un espediente, sostituisce l'affermazione diretta ed esplicita con una domanda: "Si può forse affermare senza ombra di dubbio che tu sia davvero e totalmente onesto?". Si capisce perfettamente che lui è convinto che tu non lo sia, però non te lo dice "apertis verbis". In questo modo l'impatto prodotto dalla sua critica è più morbido, più accettabile da parte tua.

Küng è dialetticamente abile, molto abile. Usa questo tipo di circonlocuzioni per evitare o quantomeno per attenuare la reazione risentita di chi in quel momento lui sta criticando. Però ho qualche dubbio che riesca nel suo intento perché, in quanto psicoterapeuta, so per esperienza pluridecennale quanto sia difficile spostare l'attenzione dalla critica che rivolgiamo agli altri a quella rivolta a noi stessi.

Ho invece la quasi certezza che il suo illimitato desiderio di dialogo produca due effetti, entrambi negativi. Primo, colpevolizzare e demonizzare chi non crede nella possibilità del dialogo. Secondo, far abbassare la guardia di fronte a una minaccia che secondo me esiste realmente. La storia dell'Islam è lì a dimostrarlo in quanto è una storia di conquiste, non di dialoghi. Ci sono stati ovviamente anche scambi con altre culture, ma in quei casi era come versare una bottiglia d'acqua dentro una botte di vino rosso: è l'acqua a diventare rossa, non il contrario.

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Postilla numero cinque

Quando vuole, Küng è bravissimo nel fare analisi accurate e nel mettere in evidenza particolari anche minimi, ma diventa reticente quando deve dire cose che per lui sono scomode. Possiamo criticarlo perché dice cose non vere, come ho fatto io più sopra, ma non può essere accusato di nascondere sfacciatamente quello che non gli piace. Infatti lui ne parla, ma lo fa in un modo che tende a sviare l’attenzione del lettore, per esempio usando espressioni vaghe, fuorvianti o in cui il concetto centrale è contenuto in forma implicita, per cui il risultato finale può essere espresso con un ossimoro. E come se “dicesse tacendo” o "tacesse dicendo". Non nasconde, ma nello stesso tempo non dice chiaramente.

Küng è abilissimo nell’usare quest’arte sottile. Mi verrebbe da dire che è “furbo”, ma questa parola lo svaluterebbe in quanto di solito viene usata per escludere che una persona sia davvero intelligente e lui invece lo è, senza ombra di dubbio. Per non restare anch'io nel vago, comunque, faccio subito un esempio. A pagina 492 si propone di spiegare perché l’Illuminismo non si è potuto sviluppare nella società islamica dell’impero ottomano. E come lo fa? Lo fa scrivendo:

Illuminismo è, secondo Kant, l’uscita dell’uomo dalla sua autoinflitta condizione di minorità”.

A leggere queste parole si sarebbe indotti a pensare che è stato l’uomo il responsabile della sua condizione di minorità in cui si trovava prima dell’Illuminismo. Detto così, a rigore questo è vero. Però è anche fuorviante perché il responsabile di quella minorità non è stato l’uomo in quanto “specie”, ma solo quel particolare tipo di uomo che aveva scelto come unico criterio di verità il contenuto dei libri sacri e non aveva esitato a imporlo spietatamente ricorrendo anche alla repressione e alla violenza fisica.

Küng è un sacerdote e un teologo cristiano (cattolico?) perciò si può ben capire perché sia interessato a “sfumare” le responsabilità del paradigma religioso, come lo chiama lui. Critica le tre religioni monoteiste, perfino duramente, ma lo fa restando sempre, come persona, all'interno di quel paradigma. D'altra parte è ingenuo aspettarsi che l'oste denunci i danni prodotti dalla cirrosi epatica alcolica. E adesso, per favore, non dite che ho equiparato la religione alla cirrosi epatica.

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Postilla numero sei


Secondo me, l'espressione "sottomissione a Dio" viene sempre usata in modo improprio, anche se in buona fede, perché chi la usa dà per scontato che questa sottomissione stia a indicare un rapporto che l'uomo ha direttamente con Dio. Ma non è così. Basta infatti riflettere anche poco per rendersi conto che invece i seguaci delle tre religioni monoteiste (preciso che qui sto parlando dei fedeli comuni cioè escludendo i mistici) hanno con Dio un rapporto che è sempre mediato cioè ottenuto grazie all'interposizione di uomini che vengono considerati profeti. Infatti il dizionario Treccani (ma anche qualsiasi altro dizionario) dice che la parola "profeta" indica appunto una "persona che parla per ispirazione di una divinità, manifestandone il volere e, spesso, preannunciando in suo nome il futuro".

Ora diamo pure per certo che questa persona sia davvero un intermediario fedele dei voleri di Dio. Il punto essenziale adesso non è questo. Il punto essenziale è che il contenuto dei messaggi dei profeti viene sempre interpretato e applicato da una catena di uomini che, ad eccezione di Maometto, vengono dopo i profeti cioè esseri umani "comuni", per così dire, i quali infatti sono talmente comuni che cominciano subito a litigare sul come deve essere interpretato e applicato il messaggio trasmesso dai profeti. Basta dare uno sguardo anche fugace alla storia per rendersi conto che è sempre stato così e ancora oggi è così. In ogni epoca è comparso qualcuno che contestava lo stato presente della sua religione - in quanto a suo avviso era diventato corrotto e deviato - e dichiarava di volerla riportare alla purezza delle origini. Voglio dire che in realtà gli esseri umani non si appassionano e non si infervorano per quello che ha detto Dio, ma solo per le persone che proclamano di essere le "vere" interpreti dei suoi voleri. Per dirla in modo ancora più chiaro:

la sottomissione di cui parlano gli islamici (ma non solo) in realtà  non è a Dio, ma ad altri uomini .

Se si vuole restare sereni e obiettivi non si può negare che questa sia la pura e semplice constatazione di un fatto e non una mia personale interpretazione, magari anche sbagliata. Potremmo anche dire che si tratta di una constatazione addirittura lapalissiana.

L'occasione è perfetta per aggiungere qui una riflessione che, pur ponendosi a margine di quanto ho detto sopra, non mi sembra sia da sottovalutare. Chiunque può constatare, ma pochi lo fanno, una cosa che non finisce di meravigliarmi. Le persone che si dicono portatrici e interpreti della volontà di Dio non esitano a bollare come hybris, superbia e orgoglio la posizione di chi crede di poter fare a meno di una religione. Giudizio ben strano sulla bocca di chi si propone addirittura come portatore e interprete della volontà di Dio. Nientepopodimenoche, per concludere scherzosamente.


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Postilla numero sette

A pagina 627 del libro c'è una frase che conferma quanto sia infondata la tesi degli storici italiani che sostengono esserci nei musulmani il desiderio di conoscere la cultura occidentale: "gli studiosi musulmani di cristianesimo sono oggi cosa alquanto rara". Questo avviene anche oggi, dunque. Figuriamoci nel passato, quando erano ancora dominatori e sulla cresta dell'onda!







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