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Ho visitato un sito

 

PREMESSA

Dopo avere pubblicato la recensione che segue ho frequentato per qualche mese la Mailing-List del gruppo "Maschiselvatici" per rendermi conto di come essi traducono in realtà il loro programma. La conclusione alla quale sono arrivato è che questo modo a me non piace per parecchi motivi. Ecco i principali: peccano di obiettività, manca l'equilibrio tra maschile e femminile, nella loro smania di rivalutare il maschile finiscono per esaltarne anche i lati negativi portando così acqua al mulino delle loro acerrime nemiche, le femministe, e diventandone in definitiva l'equivalente speculare.

Per quello che può valere una mia previsione, resteranno una piccolissima minoranza condannata dalla propria UNILATERALITÀ a restare fuori dalle grandi correnti che cambiano la società. L'augurio che posso esprimere è che producano, per reazione, la comparsa di altri gruppi più equilibrati, più aperti, quindi capaci di calamitare l'interesse e favorire l'adesione di un maggior numero di persone. Detto questo, non cancello la presente recensione e il link al sito perché continuo a condividere il loro obiettivo di fondo, la rivalutazione del maschile.

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Si tratta di www.maschiselvatici.it. Mentre sfogliavo le sue pagine quasi non credevo ai miei occhi. Qualcuno che al giorno d'oggi prende le difese del maschio dimostrando così di essere capace di andare controcorrente e di sfidare il conformismo soffocante del "politically correct", finalmente, era ora! Si tratta di Claudio Risé, uno psicoterapeuta che ha scelto di imboccare una strada in salita e che non parla per inteso dire. Quello che scrive, infatti, trova riscontri e conferme, tra l'altro, nel materiale fornito dai pazienti che ha avuto in analisi. Le sue idee possono anche non essere condivise al cento per cento, ma vale comunque la pena di conoscerle e di prenderle in considerazione in quanto si riferiscono ad alcuni dei valori sulla base dei quali è strutturata la nostra società. Per quanto mi riguarda, a parte qualche punto che dirò in seguito, di quello che scrive condivido quasi tutto. Non riassumerò il contenuto del sito, vi invito semplicemente a visitarlo, non rimarrete delusi. Mi limiterò soltanto ad esporre alcune considerazioni.

Le donne avevano tutto il diritto di ribellarsi alla condizione di inferiorità in cui noi uomini le abbiamo tenute per migliaia di anni. Era giusto che si liberassero dall'opprimente autoritarismo patriarcale, questo è fuori discussione, ma adesso si avverte sempre più la tendenza a passare all'estremo opposto, cioè a mettere in condizione di inferiorità il maschio. Si dirà che si tratta dell'inevitabile eccesso che caratterizza tutte le reazioni. Alcune donne penseranno: "È ancora poco rispetto a quello che ci avete fatto patire per secoli e secoli". Altre donne, invece, penseranno: "Ma cosa sta dicendo, questo? Sono ancora tanti i diritti che ci sono stati riconosciuti soltanto sulla carta!". Hanno ragione entrambe, le capisco, ma ciò non toglie che gli eccessi restino eccessi  e che, in quanto tali, meritino di essere segnalati.

Prendiamo in considerazione un'immagine (*) che, come tutte le immagini, è più eloquente di mille parole. Nel mese di febbraio di quest'anno (2002) sui settimanali italiani è comparsa una pubblicità a doppia pagina in cui si vede una donna seduta. Ha la pupilla rossa, perciò lo sguardo appare maligno, cattivo. Tiene sulle ginocchia un uomo prono di cui si vede praticamente solo il sedere nudo. La mano sinistra di lei tiene fermo l'uomo con presa sicura, la mano destra è alzata e stringe una scarpa enorme con la quale lo sculaccia provando un evidente piacere che sa di rivincita. Sulla maglietta di lei c'è la scritta FIRE che evoca sensazioni di energia-forza-potere. Da parte di lui non c'è neanche un minimo accenno di reazione, la sua sottomissione è totale e accettata.

(*)  Per vederla cliccate qui:  DONNE SOPRA

La domanda sorge spontanea: "È questa la parità che le donne vogliono e per la quale si sono battute?". Voi direte: "Ma è soltanto un'immagine pubblicitaria". Non sono dello stesso parere. Quell'immagine è sicuramente costata parecchie centinaia di milioni di vecchie lire. Un'azienda non spende questa barca di soldi per fare leva su emozioni e sensazioni che non esistono nella psiche dei consumatori/consumatrici o che addirittura contrastano quelle che ci sono. I dirigenti delle aziende possono avere molti difetti ma non sono stupidi e, soprattutto, non sono stupidi i pubblicitari che creano quelle immagini.

Un'immagine come quella non rappresenta ancora una realtà oggettiva però esprime una tendenza, un desiderio che vorrebbe essere soddisfatto. Una mia paziente, guardando quell'immagine, ha commentato subito, di getto: "Gli sta bene!". Ovviamente si riferiva all'uomo che le prendeva dalla donna. Ora a me sembra che passare da una prevaricazione ad un'altra di segno opposto non rappresenti un grande progresso.

In ogni modo, anche senza arrivare all'eccesso rappresentato da quella immagine pubblicitaria, oggi assistiamo ad una generale svalutazione e condanna di tutto ciò che è maschile. Maschio oramai è soltanto sinonimo di prepotente, rozzo, sgraziato, violento, aggressivo, competitivo, materialista, infantile, incapace di esprimere i sentimenti. Però assistiamo a questo comportamento strano: le donne disprezzano e condannano le caratteristiche del maschile ma, nello stesso tempo, fanno di tutto per appropriarsene nelle espressioni gergali, nell'abbigliamento, nei comportamenti, nelle aspirazioni, nei modi di pensare. Ce ne sono alcune che in questa gara d'emulazione arrivano addirittura a comportamenti francamente patologici, come risulta da questa notizia comparsa di recente sulla stampa:

Dal Corriere della sera del 4/7/03

".... nei corridoi del potere c’è chi, pur di guadagnare la parità, è disposta a diventare un po’ meno donna e un po’ più uomo. A Westminster i maligni non parlano d’altro: chi sono le cinque parlamentari che, preoccupate di vedersi superare da colleghi maschi più aggressivi, sarebbero ricorse a una terapia a base di testosterone? A raccontare la vicenda sul New Statesman è stato un ginecologo, Malcolm Whitehead, che ha rivelato di avere tra i suoi pazienti deputate, imprenditrici e star dello spettacolo".

Le donne, mentre cercano di diventare simili a noi, tentano di renderci simili a loro. Salvo poi lamentarsi una volta che ci sono riuscite. Ci vogliono dolci, sentimentali, capaci di piangere e di esprimere le emozioni, poi si dicono deluse perché siamo senza spina dorsale, poco intraprendenti, fragili, vulnerabili, incapaci di dare protezione e sicurezza, insomma bambini che cercano la mamma.

Il "macho" risulta antipatico anche a me, ma non vedo perché da questo estremo si dovrebbe passare a quello opposto rappresentato dall'uomo "canna al vento", dubbioso, incerto, sempre pronto ad aprire i rubinetti delle lacrime. Le emozioni possono essere espresse in mille modi, non è necessario verbalizzarle a tutti i costi, e la donna dotata di sensibilità sa percepirle lo stesso. Tanto per fare un esempio noto a tutti, dell'attore John Wayne non si può certo dire che fosse un sentimentale dalla lacrima facile o un romantico logorroico, ma sarebbe azzardato sostenere che non trasmetteva emozioni.

Secondo me, si è fatta una deprecabile confusione tra "uguaglianza dei diritti" e "uguaglianza dei modi di essere". L'antropologia ci ha finalmente permesso di capire che molte convinzioni ritenute leggi "naturali" sono in realtà frutto dell'educazione e dei condizionamenti culturali. Come avviene di solito, però, dopo questa scoperta meritoria si è passati all'estremo opposto, alla convinzione che non esistono leggi e differenze "naturali". Mi rendo conto che, quando ci si muove su questo terreno, bisogna andare con i piedi di piombo altrimenti si rischia di far rientrare dalla finestra i pregiudizi che erano stati cacciati dalla porta, ma è anche vero che non si può rifiutare un compito, considerato necessario, solo perché è rischioso.

Dovremmo diventare capaci di individuare e valorizzare le differenze tra uomo e donna senza che questo comporti il prevalere dell'uno sull'altra o viceversa

Per quanto riguarda i punti sui quali non concordo pienamente con Risé, uno esula dal discorso sui maschi e si riferisce al "metodo", cioè all'importanza secondo me eccessiva che gli junghiani come lui attribuiscono ai miti, alle leggende, alle fiabe. Quel materiale risulta utilissimo, addirittura insostituibile per studiare il mondo dell'inconscio e le sue leggi ma non dovrebbe essere usato per dimostrare la validità di una interpretazione o di una teoria. Per un motivo molto semplice, perché di quasi tutti i miti esistono parecchie versioni spesso discordanti e, allora, tra le tante disponibili si finisce per privilegiare soltanto quella che conferma la teoria che ci sta a cuore ignorando tutte le altre che magari la smentiscono. Non solo, poiché i miti raccontano storie che spesso non sono lineari e coerenti in tutte le loro parti come un teorema di matematica, può capitare che all'interno dello stesso mito si trovi sia la conferma che la smentita della tesi che vorremmo dimostrare. Chi volesse privilegiare la prima o la seconda, pertanto, farebbe comunque una scelta arbitraria. Ma non basta, un mito a volte contiene anche parti "ambigue" che si prestano altrettanto bene a convalidare sia una ipotesi che quella contraria. Lo stesso discorso vale per le leggende e per le fiabe.

Per quanto riguarda invece il merito delle tesi di Risé, darei meno importanza alle multinazionali come responsabili della scomparsa della figura del padre nella società attuale - secondo me si sono limitate ad approfittare di una situazione già esistente e a consolidarla - e ne darei di più, invece, a due altre cause:

Per quanto riguarda il primo punto, il processo potrebbe essere iniziato migliaia di anni fa come sostiene Luigi Zoja nel suo interessantissimo libro "Il gesto di Ettore". Comunque sia, il colpo decisivo, quello davvero mortale, secondo me lo hanno inferto i "guru" della Scuola di Francoforte, Adorno, Horkheimer, Marcuse in quanto hanno conferito prestigio e dignità scientifica alla predicazione contro l'Autorità. Quelle teorie hanno prodotto pochi danni finché sono rimaste chiuse nei loro libri che pochi leggevano. Hanno invece assunto un carattere socialmente devastante nel momento in cui sono state ridotte in pillole facilmente masticabili da parte delle masse di giovani contestatori del '68. Per la maggior parte dei quali, infatti, i complicatissimi discorsi dei sociologi si riducevano alla seguente semplicistica equazione:

Autorità =  Repressione, Sopruso, Violenza, Privilegio, Prepotenza, Oscurantismo, Sfruttamento.

Saverio Vertone, nel suo libro "L'ultimo manicomio", ha acutamente fatto notare che molte idee dei "sessantottini" oggi sono state fatte proprie da ampie fasce di popolazione che non hanno nessun legame culturale con i contestatori di allora. Per molte di quelle idee questo fenomeno rappresenta sicuramente un fatto positivo, ma per altre - per esempio l'equazione indicata sopra - rappresenta un danno sociale la cui gravità non sarà mai sufficientemente denunciata.

Per inciso si potrebbe dire che quella equazione veniva applicata soltanto alle realtà presenti nel campo della "destra", economica e politica. La sinistra, invece, veniva identificata  unicamente con il Buono, il Giusto, il Progresso, la Libertà. È il "qualunquismo di sinistra" di cui ho parlato in un altro articolo. Tra l'altro, quei giovani che manifestavano in corteo contro l'autorità indossavano orgogliosamente magliette con le immagini del Che, di Mao, di Marx, di Fidel Castro, dimostrando così che si può contestare un certo tipo di autorità, ma non si può vivere senza autorità. Non me ne vogliano gli anarchici i quali, del resto, hanno anche loro i propri eroi, le proprie autorità da venerare e rispettare.

In quella stagione storica  - ma si continua anche oggi -  è stato commesso l'errore madornale di confondere l'AUTORITÀ con l'AUTORITARISMO. La prima è accettata, riconosciuta e ricercata. Il secondo è imposto, perciò va combattuto in ogni modo e con tutte le forze.

Quando si criminalizza l'istanza che stabilisce i PALETTI, i LIMITI, i DIVIETI, i DOVERI, la figura del padre non può fare altro che sparire. Anche la madre indica dei doveri, ma di solito lo fa in nome di valori diversi da quelli trasmessi dal padre. Il sito www.maschiselvatici.it  lo spiega molto bene.

Quando ero giovane io, ed anche prima, la lotta con il padre consisteva nel cercare di spostare un po' più avanti i paletti da lui imposti, per esempio rientrare a casa qualche ora più tardi rispetto a quando avrebbe voluto lui. Oggi, invece, a molti giovani non importa niente di spostare il paletto un po' più avanti, loro rifiutano l'idea stessa del paletto, del limite, del divieto. Punto e basta. Ecco perché ha tanto successo il modello di comportamento basato sulla TRASGRESSIONE e sullo SBALLO. In quel comportamento si esprime in forma compiuta il rifiuto di ogni confine in quanto vissuto come repressivo e limitante la libertà. Si vuole andare oltre perché nel farlo ci si sente LIBERI dai condizionamenti, ma non ci si mette niente di proprio, niente di impegno personale. L'onere del viaggio è lasciato tutto a carico della sostanza chimica che viene introdotta nel corpo.

L'origine di questo atteggiamento e la responsabilità che ne consegue stanno nell'equazione che ho indicato sopra. Essa continua a produrre i suoi effetti nefasti perché pochi genitori e pochi educatori sembrano capaci di dire ai giovani che la LIBERTÀ è inseparabile dai limiti che la regolano, e che può essere reclamata come un diritto soltanto quando le conseguenze delle scelte che facciamo ricadono sulle nostre spalle e non su quelle degli altri. In altre parole, quando siamo diventati RESPONSABILI delle nostre azioni. Fino a quel momento è giusto che si rimanga sottoposti all'autorità di chi quella responsabilità ce l'ha anche giuridicamente. Chi non riconosce la giustezza di questo punto basilare non sarà mai padre perché a suo tempo non è mai stato figlio.

Si può discutere, anzi è giusto discutere sul "modo" in cui l'autorità del padre viene esercitata, ma il principio d'autorità in se stesso non può essere messo in discussione altrimenti la figura del padre svanisce, come è appunto successo negli ultimi quarant'anni. E in questo le multinazionali c'entrano poco, direi. Come c'entra poco il tempo sempre più scarso che i padri dedicano ai figli a causa degli impegni di lavoro o di altro genere. Arriverei a dire, anzi, che un padre esautorato è meglio che si faccia vedere in giro il meno possibile in modo da limitare i danni prodotti dalla sua presenza ormai diventata inutile. Potrebbe sembrare una battuta, ma non lo è affatto, purtroppo.

La società "orizzontale" dei fratelli e delle sorelle, come è stata chiamata, nasce anche da questo, dal fatto che è stata minata e fatta saltare la dimensione "verticale", quella lungo la quale fluisce l'autorità.

La scomparsa della figura del padre viene attribuita anche al fatto che nella società moderna non ci sono più i riti di passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Sono d'accordo, ma qual era la premessa indispensabile, la condizione principale che li rendeva possibili? Cosa c'era alla base di quei riti, a prescindere dal contenuto specifico di ognuno di essi? C'era da parte dei giovani l'accettazione tacita, implicita, scontata dell'idea che gli adulti-padri possedessero un'Autorità che loro ancora non possedevano (ma guarda!). E lo scopo principale del rito era appunto questo: trasmettergliela.

In una società in cui i giovani rifiutano-negano l'autorità degli adulti-padri, un rito di passaggio è semplicemente impossibile in quanto rappresenta una contraddizione in termini. Oppure sarebbe una parodia ridicola. Difficile negarlo. Allora, anziché dire che oggi i figli non diventano adulti-padri perché mancano i riti di passaggio, forse sarebbe più corretto dire che i riti di passaggio non ci sono più perché agli adulti-padri non viene più riconosciuto il possesso dell'autorità che una volta trasmettevano durante quei riti e grazie ad essi. 

La parola "Autorità" viene da "Augeo" cioè da un verbo che significa "Accresco, Rafforzo, Legittimo, Faccio avanzare, Ingrandisco, Produco qualcosa che non esisteva prima, Porto a pieno compimento una cosa che già esisteva, Innalzo, Promuovo, ecc.". In ogni caso, si tratta sempre di un'azione che parte da un + di valore e va verso qualcosa che ne possiede meno. Ma per farla crescere, non per sfruttarla!

Agli adulti-padri si possono negare il rispetto e l'obbedienza quando non li meritano, ma in molti casi oggi non ci si ferma a questo, si va molto più in là, si rifiutano l'obbedienza e la sottomissione in quanto tali, a prescindere dalla qualificazione posseduta o non posseduta dagli adulti. Si rifiuta "quella" sottomissione ma, poi, se ne accettano tante altre suggerite-imposte dalle mode e dal consumismo. Senza rendersene conto, magari sentendosi anche "liberi".

Sono state proposte molte cause di tipo sociologico-economico per spiegare la permanenza dei figli in casa dei genitori fino ad età incredibili, a volte anche oltre i 40 anni. Sono sicuramente spiegazioni valide, ma io propendo a credere che giochi un ruolo preponderante anche il fatto che è molto, molto, molto comodo scindere la coppia LIBERTÀ-RESPONSABILITÀ per reclamare solo la prima e rifiutare la seconda. Quando il padre era severo e imponeva i paletti, la sua severità rappresentava uno stimolo in più per indurre i giovani a lasciare la casa dei genitori, cioè uno stimolo a diventare adulti, autonomi, liberi e responsabili.

Il movimento di liberazione delle donne ha avuto il grande merito di fare piazza pulita del pregiudizio antichissimo secondo il quale bastava essere uomini, anatomicamente uomini, per essere autorizzati ad esercitare il potere. Questo però non significa che gli uomini debbano continuare ad autoflagellarsi da qui all'eternità. Significa che oggi devono "guadagnarsi" quello che una volta era gratuito. Significa che devono sviluppare in se stessi le doti dalle quali scaturisce l'autorità che è basata sul riconoscimento e sul consenso. E non è detto che tutti ci riescano. Sul piano individuale il SELVATICO di cui parla Risé rappresenta una grande risorsa a disposizione degli uomini che vogliono cimentarsi nell'impresa.

Per finire, vorrei aggiungere che il bilancio di quello che hanno prodotto i maschi nella storia dell'umanità non può essere fatto prendendo in considerazione soltanto le voci negative. Un bilancio che non rispetti questa regola elementare è un bilancio non veritiero, non attendibile, insomma un bilancio fasullo. Le libertà di cui oggi godono le donne, infatti, non sono solo il risultato della loro lotta, sono anche il frutto di tutte le invenzioni che durante il lento scorrere dei secoli gli uomini hanno messo a punto nel campo della tecnica, della medicina e della cultura. Alle donne africane che ancora trasportano l'acqua sulla testa, per chilometri e chilometri dal pozzo al villaggio, è molto improbabile che venga in mente di organizzare cortei per reclamare maggiore libertà.

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Nel sito di Risé troverete una ricca bibliografia sull'argomento. Per parte mia vi segnalo un libro anticonformista anche se non ne condivido tutte le idee. Lo faccio perché rappresenta un ottimo vaccino contro il rischio di diventare "ripetitori automatici" dei luoghi comuni imposti dalle mode:


Robert Hughes, "La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto", Adelphi.

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