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Erika e Omar

 

Riporto qui sotto l'articolo di Ferdinando Camon pubblicato nel "Mattino di Padova" del 15 dicembre 2002.

Non lo commento perché lo condivido in pieno, anche se chiama in causa la mia categoria professionale (vedi postilla n. 1)

 



Pene miti per reati tremendi.  La foga di perdonare.


Sedici anni ad Erika e 14 a Omar mi sembrano pochi, anche perché fra dieci anni e otto saranno fuori. Non c'è rapporto tra la leggerezza della pena e la mostruosità del crimine. E qui c'è il dramma della nostra giustizia: non sappiamo più condannare. È una costante: la giustizia tende a dare pene minori rispetto a quelle che si aspetta l'opinione pubblica. Un figlio trentenne ammazza la madre: non va in carcere, perché aveva dei grossi problemi con la madre, ma solo con lei, e dunque non è pericoloso per la società. Un altro massacra i genitori spaccandogli la testa, per avere subito l'eredità: niente ergastolo, ormai non c'è più. Una figlia strangola la madre per sgombrare l'appartamento: niente ergastolo, neanche per lei.

E non importa che i motivi siano abietti: prevale sempre l'idea di salvare il salvabile, e poiché la vittima ormai non c'è più, quel che si può salvare è l'assassino. E dunque, se possibile, niente carcere per lui, oppure carcere breve, il più breve possibile. La difesa trova sostegni alla sua tesi dappertutto: nella Chiesa, nella psicanalisi, nella pedagogia.

Era difficilissimo sostenere che il delitto di Erika e Omar non fosse snaturato, spietato e bestiale. In primo luogo, perché ha ucciso la madre e il fratello. Poi perché è andata avanti nell'opera dell'uccisione per un tempo infinito. E ancora, perché ha usato coltelli, e dunque ha ucciso con le mani, con la forza, in corpo a corpo, sporcandosi di sangue, il suo sangue. Infine, perché il massacro è stato una caccia: una delle due vittime, la più piccola, è scappata su per le scale, e loro (tutt'e due, pare) gli son corsi dietro, quello s'è arrampicato sulla finestra, ma loro l'han tirato giù per i piedi, tuffandolo nella vasca, e riempiendola d'acqua.

Per delitti come questo in Inghilterra han chiesto l'abbassamento dell'età punibile. In America han mandato sulla sedia elettrica anche ragazzi clinicamente incapaci di intendere. Non condivido l'Inghilterra e l'America, ma dico: noi partiamo dall'ipotesi che non esista il male, ma solo la malattia. Se una figlia minorenne e il suo ragazzino fanno questo sanguinoso macello, la difesa dice: sono pazzi. E quindi non punibili. Due ragazze tendono un tranello a una suora, la chiamano in strada di sera, fingendo di aver bisogno di aiuto. E lì, nell'ombra, la sbranano a coltellate. Malvage? No, semipazze. Due compagne di scuola stanno studiando con una terza amica, a un certo punto la scaraventano a terra e la strangolano per fare un piacere al diavolo. Cattive? No, semipazze, o fuori di cervello.

Ha preso piede e sta dilagando il concetto di "borderline", della vita che cammina sempre sul discrimine tra intelligenza e pazzia. Una persona può essere sempre intelligente ma avere qualche attimo di pazzia, e in quell'attimo fa qualcosa di efferato che non è giusto che, poi, lo sconti interamente. E così si impone una estesa non punibilità, o una punibilità ridotta, molto scarsa, quasi azzerata. La giustizia stessa, in tante circostanze (il patteggiamento, la collaborazione, il pentimento) rinuncia a fare giustizia, o fa una giustizia a metà. Non è che un processo arrivi a una sentenza dolce: è che parte sempre indirizzandosi verso una sentenza dolce.

Quando abbiamo davanti a noi un pluriassassino, ozioso, vizioso, mai pentito (è successo anche questo), allora noi (noi giudici, giornalisti, scrittori, psicanalisti) guardiamo nella sua psiche, e vediamo tante altre figure e simboli e forze, i genitori, la scuola, i tempi, il vuoto, la noia: quelle figure non sono condannabili, perché sono nessuno. Se pronunciamo una condanna, la vogliamo mite. Come questa di Erika e Omar.

Se posso permettermi un commento, dico che era meglio quando si partiva dall'idea che quelli che uccidevano erano malvagi: perché si potevano punire, e punendoli si rallentava la diffusione dei delitti. Oggi la si incrementa. Perché un delitto feroce che non viene punito duramente non è più un delitto. Questa mite condanna a Erika e Omar per il massacro di Novi Ligure, fa di quel massacro un'altra cosa: non è più un massacro, è qualcosa che somiglia molto all'incidente. Magari un incidente grave. Ma non di più.

 



Postilla n° 1

 

Avevo deciso di non commentare l'articolo di Ferdinando Camon riportato qui sopra ma, parecchi giorni dopo la sua pubblicazione in questa pagina, ho ricevuto il seguente messaggio che ha dato inizio ad una corrispondenza che ritengo non priva di interesse. Eccola.

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Salve Romano,

solo oggi mi sono imbattuta nel suo sito. È stato un vero piacere. Ho apprezzato particolarmente la sezione "Pot-pourri: pensieri sparsi". Ho letto tutto il leggibile, pur non condividendo tutto. Ho trovato diversi spunti di riflessione di cui volevo ringraziarla. Continuerò senza meno a seguirla.

A presto, Sonia.
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Cara Sonia,

grazie per le parole di apprezzamento. Non ti nascondo (possiamo darci del tu?) che ne ricevo molte per la parte del sito che tratta l'interpretazione dei sogni, ma finora nessuno aveva mostrato di apprezzare la sezione "Pot-pourri: pensieri sparsi". Anzi, quella pagina mi ha fruttato addirittura la qualifica di IGNORANTE da parte di un visitatore, confermando così il parere degli amici che mi avevano sconsigliato di pubblicare quelle pagine. Io però non desisto poiché non è la popolarità che cerco scrivendo quelle riflessioni.
Cercherò di non deluderti, per quanto possibile. Mi farebbe piacere conoscere sia gli spunti di riflessione che hai trovato sia i punti che non condividi. Soprattutto questi ultimi poiché sono convinto che il dissenso sia più stimolante del consenso.
Toglimi una piccola curiosità' come sei arrivata al mio sito?

Un caro saluto, Romano.
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Caro Romano,

Sono giunta al tuo sito (il "tu", per quanto mi riguarda, è un sollievo) tramite il motore di ricerca Virgilio. Stavo infatti facendo una ricerca sui sogni  - in particolare sui sogni lucidi, l'argomento mi interessa moltissimo -  dunque ho trovato il tuo sito e l'ho esplorato per bene.
Mi chiedi su cosa dissento, per esempio sull'articolo da te riportato riguardante Erika ed Omar. Personalmente non credo che chiudere in galera per anni e anni due ragazzi sia utile al loro recupero. Quello che hanno fatto è senza dubbio efferato e non giustificabile, la malattia mentale non deve essere uno mezzo per scusare tutto, siamo d'accordo, tuttavia non me la sento di credere che quei due abbiano agito totalmente consci della gravità di ciò che stavano compiendo e soprattutto non credo siano arrivati a tanto senza nessun motivo (per quanto sbagliato), a quell'età il "mondo" ha dimensioni del tutto particolari, io ricordo molto bene i miei 15 anni. Non credo nella cattiveria, Romano, se non in rarissimi casi. Un essere umano può stare male in tanti modi diversi e giungere a compiere le azioni più nefande.

Nel tuo articolo "UNA RIFLESSIONE SULLE RELIGIONI" (che ho apprezzato davvero molto) scrivi: .....  (vedi articolo relativo).

Ti ringrazio per avermi risposto, mi ha fatto molto piacere. Vorrei precisare che quanto ho scritto è frutto di ciò che sono in questo momento. Fortunatamente nella vita si ha modo di evolvere in continuazione, non sono avvinghiata alle mie idee, anzi ti dirò che mi piace molto mettermi in discussione.

A presto, Sonia.

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Cara Sonia,

Se prendiamo in esame soltanto il loro caso isolato, allora sono d'accordo con te, ma l'articolo si riferisce a una tendenza generale che è prevalente nella magistratura e nella società oramai da molti anni.

L'articolo di Camon cerca di fare presente che la pena da scontare non ha una funzione soltanto PUNITIVA, ne ha anche una DETERRENTE. Io ne ho continua conferma nel mio lavoro quotidiano di psicoterapeuta, molte persone si astengono dal commettere reati solo per paura della punizione. Perciò, se essa diventa irrisoria rispetto al crimine commesso, o addirittura viene a mancare del tutto come spesso avviene, quel crimine diventa più allettante. Per convincersene basta seguire le cronache dei giornali e dei telegiornali. Gli episodi di violenza, di teppismo e di vandalismo gratuito si moltiplicano in tutto il mondo, specialmente tra i giovani. A partire dagli omicidi efferati fino ai reati più leggeri.

Non so se ricordi l'episodio di quel gruppo di adolescenti italiani che, per combattere la noia, dopo avere chiamato un'autoambulanza per far soccorrere un finto ferito, prima hanno aggredito l'autista e l'infermiere riempiendoli di bastonate, poi hanno spaccato tutto nell'ambulanza. A Cattolica cinque giovani in motorino prendono a sprangate e riducono in fin di vita un uomo che si era limitato a rimproverarli perché continuavano a girare pericolosamente attorno a dei bambini che festeggiavano un compleanno. E le pietre dai cavalcavia? E la suora sgozzata? E le madri, i padri, i fratelli, i nonni trucidati? Ci sarebbe da riempire un volume a volerli elencare tutti.

Per esempio, e per parlare dei comportamenti meno gravi, so di un palazzo in cui hanno spaccato, sporcato, sfregiato, bruciato di tutto, dalle cassette delle lettere al portone di ingresso, dal pulsante di emergenza dell'ascensore all'interno dello stesso, dall'armadio dei contatori della luce agli zerbini. E tutto questo ripetutamente, per anni, tanto che l'amministratore oramai ha rinunciato a riparare i guasti. Certo, non avviene in tutti i palazzi, però avviene sempre più spesso. Alcuni giorni fa ho visto la pulsantiera di un telefono pubblico resa inservibile perché vi avevano colato sopra della colla al silicone!

Secondo me, tutto questo vandalismo e tutta questa violenza scaturiscono anche (sottolineo questo "anche") dalla certezza dell'IMPUNITÀ, oppure della esiguità della pena. Il mio punto di vista è che la punizione non risolve tutto, d'accordo, ma non può nemmeno essere annullata del tutto o resa irrisoria. E qui torniamo all'articolo su Erika e Omar.

Ciao, Romano.

 


 

Postilla n° 2

 

Ho scritto le righe che precedono nel febbraio dell'anno scorso (2001). Da allora sono passati otto mesi. Adesso i giornali rivelano che Erika, due mesi prima di compiere il delitto, aveva spedito ad un amico una lettera in cui c'è scritto, tra l'altro:

"Vorrei ucciderla, mia madre, tanto io sono piccola, non mi fanno niente. Ho sentito dire che i minorenni non li mettono in galera".

Le interpretazioni impostate sociologicamente contengono elementi di verità, non c'è dubbio, ma la convinzione che Erika esprime nella lettera parla da sola e conferma la mia tesi che la punizione ha anche una funzione DETERRENTE. Eliminarla significa facilitare sia l'ideazione che l'esecuzione dei reati.

Quello che Erika ha scritto è tanto più preoccupante in quanto ha usato le parole "Ho sentito dire che....". Significa che non si è trattato soltanto di un SUO modo di pensare, di una convinzione esclusivamente PERSONALE. Se così fosse, in un certo senso potremmo anche tranquillizzarci poiché potremmo considerare il suo un caso ISOLATO, sia pure aberrante. No, la sua non era un'idea balzana prodotta da una mente malata, anche lei è stata vittima di quel diffuso convincimento di IMPUNITÀ che circola nel corpo sociale e che rappresenta il prodotto finale della tendenza, ancora oggi prevalente, a considerare REPRESSIVO-AUTORITARIO-FASCISTA ogni intervento mirante a porre un DIVIETO, ad infliggere una PUNIZIONE. Se si hanno antenne sufficientemente sensibili, questa tendenza può essere percepita con facilità negli articoli, nei libri, nelle trasmissioni televisive, nelle conversazioni, nei comportamenti di tantissime persone. Oramai è un dogma che viene dato per scontato e, se ti azzardi a metterlo in discussione, susciti immancabilmente nei tuoi interlocutori una reazione indignata, quasi di incredulità, come se stentassero a credere che possano esistere ancora simili uomini delle caverne!

Erika ha scritto anche "Io la odio". Per il momento prescindiamo dalle possibili origini di questo sentimento e rinunciamo anche ad ogni valutazione morale. Prendiamo in considerazione soltanto lo schema psicologico di quanto è accaduto dentro di lei: da una parte c'era l'ODIO, dall'altra c'era l'OGGETTO di quell'odio, la madre. Allora, se l'odio ha potuto scaricarsi sul suo bersaglio, cosa significa? Secondo me, significa che non c'era niente che potesse TRATTENERLO, nessun DIVIETO e nessuna paura della PUNIZIONE.

Mi sembra che le parole di Erika dimostrino il mio assunto senza bisogno di ricorrere a tante citazioni dotte (che io detesto).Tornerò comunque sull'argomento in un prossimo articolo.

 


 

Postilla n° 3

 

Ricevo e pubblico:

 

Caro Romano,

mi sto concedendo la lettura di alcune pagine del tuo sito. Ogni tanto riesco a distrarmi dai soliti articoli tecnici, procedure e menate varie, e "apro la finestra" per respirare un poco d'aria diversa dalla solita.

Devo dirti subito che trovo di estremo interesse e condivido quasi tutto il tuo pensiero sugli argomenti che fino ad ora ho letto. Anzi in alcuni casi - leggi "punibilità e permissività per il trattamento di alcuni reati" - io sarei più duro e immediato perché credo che questo atteggiamento aiuterebbe moltissimo la prevenzione.

Ricordo che quando ero ragazzo, a prescindere dal tipo di educazione che i miei mi impartivano, le mie decisioni erano più istintive, animalesche, superficiali. Non tenevano conto, perché non potevano farlo, di profonde riflessioni maturate attraverso la lettura di libri o grazie a decenni di esperienza di vita. Subivano solo l'influenza dei modi di fare e di dire del mio gruppo di coetanei. Il mio deterrente, a quel tempo, era solo il timore che "se rubavo la marmellata, i miei - che pure mi volevano bene - mi avrebbero corcato de botte". Questo mi ha evitato in molti casi di fare danni. Qualche anno dopo ho capito che mangiare a sbafo la marmellata mi avrebbe provocato il mal di pancia, predisposto al diabete, vanificato regole di comportamento che pur ci devono essere quando si vive in comunità, avrei sottratto le porzioni dei miei fratelli che pur ne avevano diritto. Insomma, è così lungo,  noioso e spesso inutile cercare di convincere i bambini a comportarsi bene che "un bel deterrente applicato con le cinque dita della mano" spesso risolve il problema in attesa che maturino tempi migliori per la riflessione e l'autoconvincimento.

Quanto sopra è certamente perfettibile. Infatti può capitare di incocciare nella punizione sbagliata o ingiusta, di incappare in errori. Io credo che un miglioramento del sistema educativo possa scaturire da un bilancio non ideologico-passionale tra i vantaggi e gli svantaggi prodotti dall'atteggiamento permissivo e ultragarantista come quello attuale.

Quando navigavo, i vari locali della nave erano chiusi da boccaporti. Se un siluro faceva esplodere un locale, si chiudeva il boccaporto e chi rimaneva dentro, ancora vivo tra le lamiere, finiva in salamoia. Poi gli veniva assegnata la megaglia al valore. In questo modo, però, si salvavano la nave ed il resto dell'equipaggio. È sbagliato il boccaporto? È sbagliato sacrificare vite di compagni per salvare la nave ed altre vite? È sbagliata la guerra? Dilungarmi su questo argomento mi porterebbe fuori tema.

Chi ha fatto il militare sa che spesso i soldati si comportano secondo le "regole" non per convincimento, ma per paura di essere messi di "corvée". Per carità, con questo non voglio giustificare inquadramenti ottusi e coattivi come quelli praticati in quell'ambiente. Sono scappato dalla Marina Militare appena ho potuto, infatti, ma "quanno c'è vò, c'è vò" !!!

Ciao, Vincenzo.

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